Lacerazioni.

Il vero silenzio non è l’assenza di parole, ma l’assenza del bisogno di parlare.

Tra la veglia e il sogno si stende la terra della poesia — ed è lì che il pensiero impara a respirare.

Qui la poesia respira,
i racconti sussurrano ombre,
i saggi accendono luci nel buio.
Chi entra, ascolti il silenzio.


Donato Di Crecchio

Un omaggio al non detto, al ritmo interiore del pensiero poetico.


  • Un Vangelo tra le ceneri di Mosca


    Mosca, anni Trenta. Una città divorata dall’inverno e dalla paura.
    La paura non ha bisogno di grida: vive nei silenzi, negli sguardi abbassati, nei libri nascosti negli armadi, nei nomi taciuti in cucina. È l’epoca delle purghe staliniane, del culto ateo di Stato, della burocrazia eretta a idolo e giudice.


    In questo paesaggio desolato e quasi infernale, Michail Afanas’evič Bulgakov — medico, scrittore, uomo credente in un mondo che ha espulso Dio — concepisce un romanzo impossibile. Un’opera che sfida l’ordine ideologico, il dogma della razionalità cieca e l’onnipotenza della menzogna.

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    Leggi tutto: Il Cristo proibito – Filosofia e innocenza nel Maestro e Margherita

  • 11 agosto 2021

    Sul sentiero sottile che taglia in due l’eternità verde,

    tra lanterne di pietra che respirano secoli di silenzio,

    corre una bambina con un retino,

    come se volesse catturare il respiro stesso del cielo.


    I suoi passi sono petali gettati al vento,

    i capelli, fili d’ombra sciolti nell’oro del sole.

    Attorno, il canto incessante delle cicale

    ricama l’aria di un’estate senza fine,

    e le risaie, come specchi smeraldo,

    riflettono sogni che non hanno nome.


    Le montagne, immobili e azzurre,

    la osservano da lontano

    come antichi dèi benevoli,

    mentre il tempo si piega,

    e in un solo battito di luce

    l’infanzia diventa eternità.


    Leggi tutto: Il respiro del cielo

  • C’è un silenzio che abita l’uomo contemporaneo e non è pace: è un gelo invisibile, un vuoto che non urla ma consuma. Il nichilismo non si annuncia con clangori apocalittici: s’insinua come nebbia sottile, come un’assenza che logora, come la stanchezza di chi ha smesso di credere che qualcosa abbia valore.


    Martin Heidegger ha osato fissare questo silenzio negli occhi. Non lo ha rimosso, né vi ha opposto consolazioni. Vi si è seduto accanto, come ci si siede presso un dolore che non conosce parole, e lo ha ascoltato. Pensare, per lui, non è un esercizio astratto ma un atto di coraggio: sostare là dove gli altri fuggono, rimanere nel mistero senza fretta di violarlo.

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    Leggi tutto: Heidegger: abitare il silenzio, oltre il nichilismo

  • La concezione di Wittgenstein secondo cui la filosofia assume una funzione terapeutica rappresenta uno dei punti di svolta del pensiero filosofico del Novecento. Questa visione si distacca nettamente dall’idea tradizionale di filosofia come vocazione teorica, come sistema dottrinale finalizzato alla scoperta di verità metafisiche. Al contrario, per Wittgenstein, la filosofia si configura come un’attività pratica e operativa, rivolta a sradicare le illusioni e i fraintendimenti generati dall’uso improprio del linguaggio.


    Innanzitutto, proviamo brevemente a contestualizzare il pensiero di Wittgenstein. Proveniente da un ambiente intellettuale in cui le correnti del positivismo logico e dell’empirismo avevano un ruolo preponderante, egli si distinse per una radicale critica alle pretese esplicative della filosofia tradizionale. Nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, pubblicato in tedesco nel 1921, egli sostiene che il linguaggio abbia dei limiti ben definiti e che le proposizioni significative in senso scientifico siano quelle che riescono a rappresentare stati di cose nel mondo.

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    Leggi tutto: La cura del linguaggio: Wittgenstein e la liberazione del pensiero

  • 7 Agosto 2025


    Nel grembo insondabile del mare

    nessuna eco risponde.

    Solo l’acqua serba ogni detto,

    sigillo muto che non si scioglie.


    Ma Achab ne conosceva il segreto:

    oltre il bianco abbacinante del mostro

    si celava il volto muto del Demiurgo,

    artefice cieco di un cosmo imperfetto.


    Non la preda egli cercava,

    ma il varco oltre il velo dell’apparenza.

    Ogni arpione scagliato era domanda,

    ogni vela che si gonfiava al vento

    un urlo contro il fato imposto.


    Sapeva che la gnosi è una ferita,

    che chi ha visto il fondo

    non fa più ritorno a riva.


    E si gettò nell’ultimo abisso,

    non per trovare salvezza,

    ma per strappare al suo creatore

    il segreto della creazione.


    Leggi tutto: L’ultimo abisso

  • “L’amore non è il rapporto con un potere; è la presenza del volto.”
    E. Lévinas, Totalità e Infinito


    Introduzione: il sogno di un amore artificiale


    Nel mondo delicato e poetico di Her, film del 2013 diretto da Spike Jonze, incontriamo Theodore, un uomo solo che in un futuro prossimo si innamora di un’intelligenza artificiale chiamata Samantha. Non una semplice macchina, ma una presenza vibrante e inafferrabile, capace di una dolcezza e di un’empatia che sfidano le convenzioni del reale. Questo racconto ci proietta in un territorio inedito, dove il confine tra umano e artificiale non è più netto, ma si fa liquido e permeabile. Ciò che colpisce, al di là della fantascienza, è il modo in cui la tecnologia diventa specchio e amplificatore del nostro più profondo desiderio: quello di essere visti, ascoltati e amati senza condizioni né rifiuti.

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    Leggi tutto: L’Eros nell’era dell’intelligenza artificiale: riflessioni su Her


  • Sotto la fronte corrugata del mare,

    una lancia cerca il nome dell’Ignoto.

    E chi grida contro il nulla,

    se non colui che, già trafitto,

    interroga Dio con l’arpione?


    C’è una voce che sale dal fondo dell’abisso, più antica delle onde e più pura della colpa. È la voce di chi, ferito nel profondo, non cerca guarigione ma senso. È il grido di Achab, figlio dell’abisso e della lacerazione, capitano di una nave che non solca acque, ma domande. In lui si raccoglie l’eco di ogni spirito che non può accettare la superficie delle cose, ogni sguardo che rifiuta la maschera del mondo. Il suo volto, inciso dalla furia e dalla sete di giustizia, non ci appare solo come quello di un pazzo: è il volto dell’uomo tragico, l’uomo che ha visto troppo e perciò brucia.

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    Leggi tutto: Achab e la ferita dell’assoluto


  • Apocalypse Now: l’orrore come rivelazione


    Apocalypse Now di Francis Ford Coppola non è un film sulla guerra del Vietnam. È un viaggio liturgico verso il cuore oscuro della modernità, un poema metafisico in cui la giungla diventa il palcoscenico di una crisi spirituale che è ancora la nostra. Risalendo un fiume che assomiglia a un serpente mitologico, il capitano Willard non compie una semplice missione militare, ma una discesa agli inferi dell’anima occidentale. La sua missione – “eliminare senza pregiudizi” il colonnello Kurtz – si trasforma in un percorso iniziatico che smaschera la civiltà come un velo sottile, una vernice fragile pronta a lacerarsi per rivelare il caos primordiale che pulsa al di sotto. L’orrore, che emerge come un’epifania finale, non è dunque un incidente della guerra o una deviazione dalla norma, ma la verità ultima e insopportabile di un mondo che, avendo perso il proprio centro, non sa più come orientarsi.

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  • 7 gennaio 2022

    C’è un luogo dove il cielo si arresta,
    trattenuto da griglie d’acciaio
    che non fermano la luce
    ma ne imprigionano il respiro.


    È l’ora in cui il giorno si ritira in silenzio,
    come un animale ferito,
    e il sole, dietro il velo delle nubi,
    sussurra promesse che nessuno ascolta.


    Dietro la rete, il mondo sembra lontano,
    eppure vibra — presente, vivo —
    come un ricordo che non riesce a svanire.


    Ogni filo intrecciato è una domanda,
    ogni interstizio, una ferita del visibile.
    Oltre quel confine di ferro
    non c’è prigione,
    ma la possibilità di un altrove.


    Là, tra le ombre e il cielo,
    qualcosa attende.
    Forse un passo.
    Forse solo uno sguardo capace di vedere.


    “La soglia è il luogo dell’apertura. Là dove si erge un limite, non tutto è esclusione: qualcosa vi passa, qualcosa si rivela. La rete non è solo barriera, ma figura dell’interrogazione ontologica: che cos’è l’essere, se non ciò che sempre si nasconde dietro l’apparire?”



    — da Pensare la Luce


    Leggi tutto: Confine d’ombra


  • La danza del vuoto, un incontro inatteso e profondo tra scienza e meditazione, tra la rigorosa fisica quantistica e l’antica saggezza d’Oriente.


    Oltre il velo della materia percepibile, l’invisibile si rivela non come assenza, ma come il fondamento stesso da cui tutto emerge. Esiste un momento cruciale nella storia della conoscenza umana, un’epoca che risuona fortemente con il nostro presente, in cui il mondo appare all’uomo come un tessuto lacerato. Le certezze consolidate crollano, le leggi che sembravano immutabili si frantumano in nuove e sorprendenti scoperte, e il linguaggio stesso fatica a esprimere la complessità di una realtà che si mostra in modi inaspettati. Questo momento ci restituisce una visione del reale che assomiglia a una nuvola in continua e imprevedibile mutazione, sfuggendo a ogni tentativo di categorizzazione rigida. Ed è proprio qui, in questa fondamentale oscillazione dell’essere – tra visibile e invisibile, tra forma e vuoto, tra pura potenzialità e concreta attualizzazione – che la fisica quantistica e il pensiero buddista-taoista non solo si sfiorano, ma intessono un dialogo profondissimo, visionario e al tempo stesso rigoroso. In questo scambio, l’Occidente, tradizionalmente ancorato a una visione materialistica e oggettiva, inizia a scoprire che l’invisibile non è un’assenza, ma una presenza più sottile e pervasiva, e che il vuoto non significa “nulla”, ma è in realtà la matrice di “tutto”.


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    Leggi tutto: Il Vuoto che danza

  • Nel tempo dei pastori notturni


    Quando il dio tace, l’uomo si curva
    sotto il peso d’un amore travestito.
    Ma chi regge il giorno senza verità
    e l’ora in cui il pane non consola?


    Sotto il cielo che arde come giudizio
    cammina ancora il mite, il disarmato,
    egli che dona la libertà
    come ferita che salva.


    Non fu parola ma bacio,
    non fu lampo ma attesa,
    non regno ma soglia.


    E noi, generati nel tempo dell’assenza,
    custodiamo la domanda
    che arde più della risposta.


    Nel cuore pulsante del capolavoro dostoevskiano, I Fratelli Karamazov, come un nocciolo di fuoco nel grembo di un’opera già densissima di tensione spirituale, si colloca la celebre “Leggenda del Grande Inquisitore”. Questo brano, incastonato nel Libro Quinto, intitolato significativamente “Pro e Contra”, non è solo un racconto nel racconto, ma un’apertura vertiginosa sull’abisso che separa la fede dalla libertà, la verità dal potere, Cristo dalla Chiesa. È un vangelo occulto, una visione notturna in cui il destino dell’uomo moderno si consuma fra libertà e dominio, fra Cristo e il potere, fra silenzio e parola. Come un frammento sacro smarrito nei deserti della coscienza, questo racconto si leva come una sfida eterna: una parabola che spacca l’anima, che interroga il cuore, che chiama in causa l’essere stesso di Dio.


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    Leggi tutto: Il Grande Inquisitore. Apocrifo della libertà e notte dell’amore ferito

  • Tra l’attimo e il vuoto


    Nel grembo del tempo che tace

    dimora un’ora che non ha nome.

    Non corre, non pesa, non chiede —

    ma attende, paziente, la forma.


    È là che si curvano i rami,

    è là che il silenzio respira,

    dove il gesto si fa preghiera

    e la mano non forza, ma segue.


    O Kairos, figlio dell’Attesa,

    tu che sorgi quando l’anima è nuda,

    illumina il volto nascosto

    di ciò che non osa parlare.


    E tu, Yutori, spazio del cuore,

    fiato tra le stelle e la carne,

    apri le soglie del visibile

    al passo che danza nel vuoto.


    Così l’arte non pesa il tempo,

    ma lo accoglie, come la notte fa col fuoco —

    e nel suo ventre silenzioso

    genera il canto che resta.


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    Leggi tutto: Kairos e Yutori. Il tempo sacro dell’arte

  • 15 luglio 2025

    Tra le pieghe del vetro ondulato

    si rifugia la tua ombra –

    non sei corpo né nome,

    ma bruma che pensa,

    respiro d’attesa.


    Ti vedo senza vederti,

    eco dispersa d’un’anima

    che non osa toccare il giorno.

    Sagoma fragile

    che il mondo trattiene

    solo per un istante

    prima del dissolversi.


    Ogni linea è una soglia,

    ogni silenzio, una domanda.

    Chi sei,

    tu che non calchi la terra,

    ma abiti lo spazio tra i battiti?


    Forse un ricordo non nato,

    forse l’ultimo sogno

    prima del risveglio del mondo.


    Ma resti,

    come restano le stelle

    in un cielo già pallido,

    come resta il profumo

    di un nome mai detto.


    E in questo vetro —

    lieve confine fra essere e attesa —

    sei più vero di qualunque presenza.


    Leggi tutto: Sulla soglia del riflesso

  • a mio padre


    Il brano “L’ombra della luce” di Franco Battiato, incluso nell’album Come un cammello in una grondaia (1991) , non è solo una vetta lirica e spirituale della sua opera, ma segna anche un punto di svolta significativo nella sua produzione artistica. Questa composizione rappresenta un abbandono dei labirinti dell’avanguardia musicale in favore di una profonda meditazione sull’esistenza, la morte e il destino ultimo dell’anima. Lungi dall’essere una semplice canzone, “L’ombra della luce” si configura come un inno mistico, un’invocazione laica che sfiora la preghiera, aprendo nuove dimensioni nel panorama musicale e spirituale di Battiato. L’arrangiamento scarno ma evocativo, dove il silenzio ha pari dignità del suono e la parola scivola delicatamente verso il mistero, crea un’atmosfera di sospensione sacra, raccoglimento e ascesi. Il testo, solenne e contemplativo, è carico di tensione metafisica, e il titolo stesso, “L’ombra della luce”, non è un ossimoro, ma una soglia. Non nega la luce, bensì ne è il riflesso malinconico, la promessa non ancora compiuta, la nostalgia di un’origine perduta. La canzone invita l’ascoltatore a lasciarsi attraversare, a percepire il canto come eco di qualcosa che ci precede e ci chiama, come un ricordo che non appartiene alla memoria, ma all’essere stesso. In questo senso, la sua funzione non è soltanto estetica, ma iniziatica: ogni verso è un invito al viaggio interiore. Questo saggio esplorerà le molteplici risonanze filosofiche e spirituali del brano, analizzando come Battiato, crocevia di diverse tradizioni, abbia saputo tradurre in musica profonde intuizioni sulla condizione umana e sulla ricerca del trascendente.


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    Leggi tutto: L’ombra della luce: un’analisi filosofica e spirituale nell’opera di Franco Battiato

  • Philip K. Dick: la distopia come condizione dell’anima


    Si immagini di destarsi un mattino, dischiudere la finestra e constatare una trasformazione radicale e silenziosa del mondo. Le arterie urbane conservano il medesimo odore, le insegne appaiono familiari al punto da risultare rassicuranti, eppure qualcosa è intrinsecamente dislocato, un’impercettibile anomalia che turba la coerenza percepita. I vessillari che sventolano non corrispondono a quelle memorizzate nella propria esperienza pregressa, i testi storici narrano eventi mai accaduti nella realtà fenomenica, e gli individui incontrati si esprimono come se ogni cosa rientrasse nella più assoluta normalità. Solo l’osservatore, per un’intima e disarmante percezione, avverte una discrasia irrisolvibile, un’inquietudine persistente che lo distingue dalla placida accettazione collettiva.

    Questo è l’esordio della distopia secondo Philip K. Dick: un fenomeno non spettacolare, ma profondamente perturbante, che non si configura quale proiezione di un futuro remoto o di un cataclisma imminente, bensì come un’incrinatura sottile nella realtà presente, una faglia latente nella narrazione dominante che sostiene l’ordine sociale, un sospetto persistente che genera una vertigine esistenziale. «La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci», asseriva Dick con una frase divenuta iconica e programmatica. Tuttavia, si pone l’interrogativo cruciale: se l’ambiente circostante fosse intenzionalmente strutturato per indurre la credenza, giorno dopo giorno, in una realtà che di fatto è inesistente o artificiosa? E se la distopia non fosse una minaccia futuribile, ma già una condizione attuale e pervasiva, e l’esistenza stessa si svolgesse nel cuore del suo incantesimo persistente, senza che molti ne siano consapevoli? La visione dickiana, dunque, ci invita a un’indagine epistemologica e ontologica sulla natura del reale e sulla nostra percezione di esso.


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    Leggi tutto: L’eco di Dick: distopia, potere e realtà nell’epoca dei simulacra

  • «Il ribelle è l’uomo che ha il coraggio di pensare con la propria testa, di mantenere un senso interiore di giustizia anche quando tutto il mondo sembra piegarsi a nuove forme di tirannia.» – Ernst Jünger, Der Waldgang (1951)


    Il bosco come rifugio dell’anima


    Esiste un momento cruciale nella traiettoria storica in cui l’individuo si trova ineludibilmente di fronte a una scelta esistenziale fondamentale: l’acquiescenza passiva o la resistenza attiva. Questo momento di discernimento – come acutamente ci indica Ernst Jünger nel suo saggio – sopraggiunge allorché la compagine statale si trasforma in un Leviatano onnipervasivo, una forza che, lungi dal garantire la libertà, la sopprime. Accade, altresì, quando la tecnica, da mero strumento, assurge a potenza autonoma che travolge ogni fondamento del diritto e della moralità, e quando la libertà stessa cessa di essere un bene collettivo per divenire un mero privilegio da custodire o, più spesso, un pericolo sistemico da reprimere con ogni mezzo. È precisamente in tali circostanze, caratterizzate da una crisi profonda dei valori e delle istituzioni, che si rende necessario il Waldgang, il “cammino nel bosco”. Occorre tuttavia precisare con rigore ermeneutico che non si tratta di una fuga intesa come disimpegno dal mondo o come sterile isolamento; bensì di un’azione intrinseca, silenziosa nella sua manifestazione esteriore ma radicale nella sua portata esistenziale e metafisica. Essa rappresenta la via del Ribelle, una postura ontologica che ridefinisce il rapporto dell’individuo con il potere e la realtà.


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    Leggi tutto: Nel bosco dell’anima: il Trattato del Ribelle di Ernst Jünger e la ricerca della libertà

  • La trilogia della città di K. di Ágota Kristóf si configura come un’opera di essenzialità vertiginosa, la quale esplora l’identità frammentata, la verità mutilata e il linguaggio quale strumento di sopravvivenza in un contesto di catastrofe. Il presente saggio si propone di indagare il nucleo metafisico della trilogia: la scissione del sé, la funzione della parola come rovina e rifugio, e la Storia intesa quale forza cieca e meccanica. Si tratta di una meditazione sul nulla che, nella sua schietta onestà, disvela una forma paradossale di resistenza, ponendo interrogativi fondamentali sulla condizione umana in un’epoca di disorientamento e perdita.


    Introduzione: l’esilio come destino ontologico


    “Vi è un silenzio che grida”. Tale silenzio non denota la quiete della pace, bensì l’assenza radicale, un vuoto assordante che permea ogni aspetto dell’esistenza. La trilogia della città di K. si presta a una lettura quale atto di resistenza metafisica, un prolungato grido muto che attraversa la sostanza della storia, l’orrore del conflitto bellico e l’abisso dell’identità frantumata. La narrazione si sviluppa in un’atmosfera di sospensione temporale e spaziale, amplificando il senso di un’universalità del dolore e della dislocazione.

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    Leggi tutto: L’identità frantumata e la parola superstite: un’analisi filosofica de “La trilogia della città di K”

  • 7 aprile 2024

    C’è una barca che attende,
    senza tempo, senza voce,
    nel cuore immobile dell’acqua.
    Non cerca rive,
    non teme abissi —
    è soltanto PRESENZA,
    un respiro che non si spegne.   
           
    Sopra di lei,
    gli uccelli fendono il silenzio
    come pensieri che hanno trovato il cielo,
    scrivendo nel vento
    una lingua che l’uomo ha dimenticato.

    La riva è sogno,
    un ricordo che sfuma
    tra le pieghe della luce.

    Nulla accade,
    eppure tutto si muove:
    nell’attesa,
    nel volo,
    nell’eco invisibile
    di un’origine che chiama.

    E noi, come la barca,
    restiamo —
    tra ciò che eravamo
    e ciò che non osiamo diventare.


      Leggi tutto: Sull’acqua, il silenzio

    • 25 gennaio 2023

      Dove più fitto è il ramo, e l’ora s’arresta,
      là, fra le foglie, si dischiude il cielo –
      non come luce che invade,
      ma come memoria di ciò che fu giorno.

      Tacciono gli uccelli. Nessuna voce
      risale dai campi.
      Solo il silenzio, antico
      come l’anima della sera,
      scende, e dimora tra i viventi.

      Tu che guardi – non dire.
      Non invocare il nome dell’istante.
      Poiché è santo ciò che si cela,
      e nel fugace risplende l’eterno.

      Oh quiete! Oh respiro che passa
      come un dio che non vuole più farsi vedere –
      quanto ancora resterai,
      prima che l’ombra diventi notte?

      Leggi tutto: Tra le fronde, il respiro della sera.

    • La disamina goldinghiana della condizione umana, intrisa dell’esperienza bellica dell’autore come ufficiale della Royal Navy durante il Secondo Conflitto Mondiale, rivela una prospettiva profondamente pessimistica sulla natura intrinseca dell’uomo. L’evento traumatico dello sbarco in Normandia segnò, per sua stessa ammissione, la dissoluzione della sua fede nel progresso umano. Il Lord of the Flies è emblematicamente percorso da questa visione distopica: la barbarie non è un’aberrazione esogena alla civiltà, bensì una potenzialità immanente all’istinto umano, pronta a manifestarsi in assenza di vincoli normativi.


      Si consideri la scena emblematica in cui Roger si avvicina a un gruppo di fanciulli intenti a edificare castelli di sabbia. Uno di essi, Henry, era voltato di spalle. Roger inizia a lanciare pietre, le quali tuttavia “cadevano a pochi centimetri da Harry; intorno a lui c’era ancora lo spazio protettivo dell’antica civiltà”. Questa sequenza è di straordinaria pregnanza semiotica: Roger, pur avendo la facoltà di colpire, è inibito da un residuo di civiltà, un’eredità di norme sociali, cultura e rispetto reciproco. Golding, tuttavia, prefigura la sua effimera tenuta, evidenziando come tale freno ereditario sia destinato a essere rapidamente rimosso.

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      Leggi tutto: Il Signore delle Mosche: la parabola distopica della società e la crisi della ragione