
«È stato un lungo viaggio. Lungo la strada mi sono sposato, ho avuto sei figli e dieci nipoti.»
— Shizō Kanakuri, al traguardo, il 20 marzo 1967
Un uomo con il cappotto
Un uomo di settantacinque anni attraversa il traguardo di una maratona. Indossa un cappotto. Non sembra affaticato, e non potrebbe esserlo: ha avuto più di mezzo secolo per riposarsi. Lo speaker dello stadio annuncia, con una formula che suona insieme burocratica e solenne, che con questo si concludono tutte le gare delle Olimpiadi di Stoccolma del 1912.
È il 20 marzo 1967. Quella maratona era cominciata il 14 luglio di cinquantacinque anni prima, e l’uomo che ora la conclude aveva allora ventun anni. Il tempo ufficiale registrato — cinquantaquattro anni, duecentoquarantasei giorni, cinque ore, trentadue minuti e venti secondi e tre decimi — è ancora oggi il primato della maratona più lenta mai completata. Nessuno lo batterà, perché nessuno potrebbe volerlo.
La tentazione, davanti a una storia simile, è di trattarla come un aneddoto: la curiosità sportiva, il paradosso da almanacco, il caso limite che diverte perché rovescia la logica della prestazione senza però metterla davvero in questione. Basta però osservare un poco più a lungo quella fotografia — il cappotto, il volto anziano, la linea bianca sull’erba — perché la comicità si ritiri e resti qualcosa di più difficile da nominare. Quel traguardo non è più il traguardo di una gara. È diventato la misura, involontaria e crudele, di una distanza che nessun cronometro era stato costruito per registrare: la distanza tra chi era partito e chi è arrivato. Perché in mezzo, tra la linea di partenza e quella di arrivo, era accaduta una vita intera.
Ventun anni, un caldo insopportabile
Shizō Kanakuri nasce il 20 agosto 1891 nella prefettura di Kumamoto, sull’isola di Kyūshū. La biografia che circola attorno alla sua figura — in parte documentata, in parte levigata dal racconto, come accade a tutte le storie che diventano leggenda — lo descrive come un ragazzo che percorreva ogni giorno di corsa i chilometri che lo separavano dalla scuola, e che a ventun anni si qualificò per i Giochi con il miglior tempo giapponese dell’anno.
Nel 1912 il Giappone partecipa per la prima volta a un’Olimpiade. La delegazione conta due atleti: Kanakuri per la maratona e il velocista Yahiko Mishima. Per gli altri non ci sono fondi; per Kanakuri stesso il denaro del viaggio arriva in parte da una colletta universitaria. Il tragitto verso la Svezia dura diciotto giorni tra nave e Transiberiana, e durante le soste i due scendono a correre lungo i binari, in un esercizio che ha già qualcosa di assurdo e di commovente.
A Stoccolma tutto è diverso da ciò a cui il corpo è abituato. Il clima è insolitamente caldo, le strade sono asfaltate anziché sterrate, la luce del nord non concede il buio necessario al sonno, e la cucina europea — burro, carne, patate — non contempla il riso. A queste difficoltà si aggiunge il fatto che il dirigente della spedizione si ammala, e Kanakuri passa più tempo ad assisterlo che ad allenarsi.
Il 14 luglio 1912 la temperatura è insopportabile. Dei sessantotto partenti provenienti da diciannove nazioni, soltanto trentasei taglieranno il traguardo. Il maratoneta portoghese Francisco Lázaro, ventiquattro anni, si accascia intorno al trentesimo chilometro con una temperatura corporea di quarantuno gradi; morirà il giorno seguente in ospedale, primo atleta a perdere la vita durante una gara olimpica moderna. Si scoprirà che si era cosparso il corpo di sego, per proteggersi dal sole e alleggerire la corsa, e che quello strato aveva impedito alla pelle di traspirare. In quegli anni si riteneva, del resto, che bere durante la gara fosse dannoso: lungo l’intero percorso i punti di rifornimento erano quattro. Kanakuri corre a lungo nelle posizioni di testa. Poi scompare.
La leggenda e ciò che resta
Sul modo in cui Kanakuri lasciò la gara le versioni divergono, e vale la pena distinguere ciò che è documentato da ciò che il racconto ha aggiunto col tempo. Il nucleo accertato è che il corridore, stremato dal caldo, si fermò presso un’abitazione nei pressi di Tureberg, oggi Sollentuna, dove la famiglia Petré lo accolse, gli offrì da bere e lo lasciò riposare; si addormentò, e si svegliò il mattino seguente, quando la maratona era finita da tempo. Una targa commemorativa, a Sollentuna, segnala ancora oggi il punto.
Tutto il resto oscilla. Alcune versioni parlano di succo di lamponi, altre di succo d’arancia; alcune raccontano di una festa in corso nella fattoria, altre di un semplice atto di soccorso; alcune insistono sulla vergogna che lo spinse a partire senza avvisare nessuno, altre più sobriamente riferiscono che raggiunse Stoccolma in treno e attese lì la nave per il Giappone. Che le autorità svedesi lo abbiano formalmente registrato tra le persone scomparse è un dettaglio ripetuto ovunque, e ovunque privo di una fonte primaria verificabile: appartiene probabilmente a quella zona intermedia in cui un fatto plausibile diventa, per ripetizione, una certezza apparente. Nacquero perfino racconti in cui si immaginava che il giapponese stesse ancora correndo, da qualche parte, alla ricerca di un traguardo introvabile. Ciò che è certo, e sufficiente, è che Kanakuri tornò a casa senza aver finito.
Sarebbe facile leggere questa scomparsa come un gesto poetico, la scelta deliberata di chi rifiuta la logica della gara per abbandonarsi al mondo. La verità, per quanto la si possa ricostruire, è più semplice e più dolorosa: un ragazzo di ventun anni, alla sua prima uscita fuori dal Giappone, in un clima che il suo corpo non reggeva, si fermò perché non poteva fare altrimenti, e provò per questo una vergogna che nessuna interpretazione successiva ha il diritto di alleggerire. Il fallimento del 1912 fu un fallimento. Non c’è nessuna versione della storia in cui non lo sia.
Ciò che accade nel frattempo
E tuttavia Kanakuri continuò a correre. Nel 1920, ad Anversa, chiuse la maratona olimpica al sedicesimo posto. Nel 1924, a Parigi, si ritirò. Nello stesso 1920 contribuì a fondare la Hakone Ekiden, la staffetta universitaria che sarebbe diventata l’evento sportivo più seguito del Giappone, e attorno alla quale si sarebbe costruita l’intera cultura giapponese della corsa di fondo. Insegnò geografia. Ebbe una famiglia. Divenne, nel proprio Paese, il padre della maratona.
Nulla di tutto questo cancella la gara non finita. La restituisce però a una scala diversa. Quando nel 1967 una televisione svedese lo rintracciò e gli propose di tornare a Stoccolma per completare simbolicamente la corsa interrotta, Kanakuri accettò. E al traguardo pronunciò la frase che ha reso quella giornata qualcosa di più di una trovata televisiva: fu un lungo viaggio, disse; lungo la strada mi sono sposato, ho avuto sei figli e dieci nipoti.
Vale la pena soffermarsi sulla struttura logica di quella frase, perché è lì che si nasconde il suo scandalo. Kanakuri non risponde alla domanda che gli viene implicitamente rivolta — quanto tempo hai impiegato — ma a un’altra, che nessuno gli aveva posto: che cosa è accaduto mentre cercavi di arrivare. Il tempo trascorso viene riempito anziché giustificato. Il ritardo cessa di essere un vuoto tra due punti e diventa il luogo in cui la vita ha avuto corso.
È un rovesciamento che la logica della prestazione non riesce ad assorbire. Un cronometro sa misurare una durata; non sa registrare ciò che quella durata ha contenuto. Fra la partenza e l’arrivo di Kanakuri stanno due guerre mondiali, la trasformazione integrale del Giappone, sei nascite, dieci nascite ancora, una carriera d’insegnamento, la vecchiaia. Il cronometro registra cinquantaquattro anni e duecentoquarantasei giorni. Non ha altro modo di dirlo.
La filosofia ha nomi antichi per questa differenza, e conviene usarli con parsimonia perché rischiano di irrigidire ciò che nella frase di Kanakuri resta felicemente concreto. Il greco distingueva chrónos, il tempo che scorre e si conta, da kairós, il momento opportuno, quello che non si misura ma si riconosce. Bergson, ventitré secoli più tardi, avrebbe opposto il tempo spazializzato dell’orologio — fatto di istanti giustapposti, tutti equivalenti, tutti sostituibili — alla durée, la durata vissuta in cui gli stati di coscienza si compenetrano e nulla è mai davvero identico a nulla. Sono formulazioni diverse che indicano la stessa frattura: il tempo che si misura e il tempo che si attraversa non sono la stessa cosa, e il primo non contiene il secondo.
La frase di Kanakuri ha il merito di dire tutto questo senza filosofia. Non oppone due concetti di tempo; giustappone semplicemente una cifra e un elenco — sei figli, dieci nipoti — lasciando che la sproporzione parli da sé. È il tipo di formulazione che nessun trattato può migliorare, perché la sua forza sta esattamente nel non argomentare: nel mettere l’una accanto all’altra due grandezze incommensurabili e nel tacere.
Il traguardo che arriva troppo tardi
Normalmente si immagina il traguardo come il punto che attribuisce significato alla corsa: ciò che accade prima acquista senso in vista di ciò che accade lì. Il finale illumina retrospettivamente il percorso, e la corsa esiste in funzione della linea che la chiude. Kanakuri incrina questa architettura. Nel momento in cui finalmente attraversa quella linea, la linea non è più in condizione di giudicarlo. Non perché sia stata dimenticata, ma perché nel frattempo l’uomo che le si presenta davanti non è più l’atleta che essa attendeva. Il traguardo è rimasto immobile, fedele alla propria funzione, mentre chi doveva raggiungerlo diventava marito, padre, nonno, insegnante, vecchio. Al loro incontro, la sproporzione è totale: da una parte una convenzione geometrica, dall’altra un’esistenza intera.
Qui si annida forse l’intuizione più radicale di questa storia. Si dice comunemente che qualcuno arriva tardi al traguardo. La vicenda di Kanakuri suggerisce la possibilità inversa: che sia il traguardo ad arrivare troppo tardi per poter ancora definire chi lo attraversa. Le mete che ci si era dati a vent’anni non arrivano in tempo. Quando finalmente si fanno vicine, hanno smesso di corrispondere alla persona che nel frattempo si è diventati, e il loro raggiungimento, se avviene, ha il sapore lievemente irreale di una lettera consegnata a un indirizzo che nessuno abita più. Il che non significa che le mete siano illusorie o che convenga rinunciarvi. Kanakuri, del resto, quel traguardo lo attraversa: non lo nega, non lo deride, non lo dichiara privo di valore. Lo attraversa nel modo in cui si compie un gesto rituale, riconoscendo che ha un senso portarlo a termine, e insieme che quel senso non è più quello per cui la corsa era cominciata. Ciò che era una prova competitiva ridiventa un atto: qualcosa che si fa per chiudere una forma, non per ottenere un risultato.
Alcuni fallimenti smettono di essere sentenze
La retorica contemporanea ha una formula pronta per casi come questo, e conviene dirla per poterla scartare: ogni fallimento sarebbe un’opportunità travestita. È una consolazione a buon mercato, e soprattutto è falsa. Alcuni fallimenti non aprono nulla. Restano fratture, e continuano a dolere anche molto tempo dopo.
Il fallimento di Kanakuri non viene convertito in successo dalla storia successiva. Nessuna delle cose che gli accadono dopo il 1912 rende quella gara meno interrotta. Accade però qualcosa di più sottile, e di più interessante: quel fallimento smette progressivamente di essere una sentenza. Continua a esistere come fatto, cessa di funzionare come verdetto sulla persona. È una distinzione che merita attenzione, perché tocca il modo in cui si costruisce l’immagine di sé. Un fallimento diventa sentenza quando viene assunto come dichiarazione definitiva su ciò che si è: non «ho perso quella gara», ma «sono uno che perde». La differenza non sta nella gravità dell’evento, ma nella sua estensione temporale. Una sentenza è un giudizio che si sottrae al tempo: vale per sempre, e per questo impedisce a ciò che verrà dopo di modificarla. Un fatto, invece, resta esposto al seguito. Continua ad avere luogo dentro una storia che non ha ancora finito di svolgersi.
Ciò che accade a Kanakuri è che la sua vita, semplicemente proseguendo, riscrive retroattivamente il significato di ciò che era accaduto. Non lo cancella: lo ricolloca. La gara del 1912 diventa un episodio dentro una traiettoria molto più ampia, che comprende la fondazione di una staffetta, l’insegnamento, una famiglia, e infine quel ritorno a Stoccolma che nessuno avrebbe potuto prevedere. Il tempo, in questa vicenda, non guarisce nulla. Fa qualcosa di diverso e più radicale: toglie all’evento il monopolio del significato.
Seneca, in una delle sue lettere a Lucilio, osservava che gran parte dell’esistenza scivola via nel fare male ciò che si fa, un’altra parte nel non fare nulla, e l’intera vita nel fare qualcosa di diverso da ciò che si dovrebbe. È un rilievo severo, e viene di solito citato come esortazione a non sprecare il tempo. Ma contiene anche, letto controluce, un’ammissione: che la vita accade prevalentemente altrove rispetto ai propositi che le si erano assegnati. Il programma e l’esistenza non coincidono quasi mai. Ciò che Kanakuri aggiunge a questa constatazione stoica è un’inflessione che a Seneca sarebbe forse parsa troppo indulgente, e che tuttavia gli fa da necessario contrappeso: quell’altrove non è per forza tempo perduto.
Vale la pena notare, del resto, che Kanakuri non spese cinquantaquattro anni a rimuginare su una gara. Costruì. La Hakone Ekiden, che contribuì a fondare nel 1920, si corre ancora ogni gennaio ed è oggi uno degli eventi sportivi più seguiti del Giappone: migliaia di ragazzi hanno cominciato a correre grazie a una struttura nata dall’iniziativa di un uomo che una maratona non era riuscito a finirla. Il fallimento del 1912 non produsse quella fondazione — sarebbe una lettura consolatoria, e falsa — ma non la impedì. È forse tutto ciò che si può ragionevolmente chiedere a un fallimento: non che diventi fecondo, ma che smetta di occupare il futuro.
La Via, e chi rifiuta il traguardo
C’è una risonanza culturale che questa storia sembra chiamare, e che vale la pena evocare con prudenza. Nella tradizione giapponese molte discipline portano nel nome il carattere 道 (dō, «via»): kadō, la via dei fiori; shodō, la via della scrittura; jūdō, la via della cedevolezza. In ciascuna, il significato della pratica non coincide con il suo risultato. Si scrive per scrivere, si dispone un fiore per disporre un fiore; l’esercizio, la ripetizione, l’errore e il ricominciare appartengono all’esperienza tanto quanto la riuscita.
Sarebbe scorretto sostenere che Kanakuri abbia deliberatamente incarnato questo principio: non ci sono ragioni per credere che pensasse in questi termini, e la vergogna del 1912 dice piuttosto il contrario. La sua vicenda, però, si lascia leggere alla luce di quella sensibilità. La corsa di Kanakuri non finisce quando la gara finisce. Continua altrove — nelle staffette che organizza, negli atleti che forma, nella cultura sportiva che contribuisce a costruire — e torna infine, dopo mezzo secolo, a chiudersi nel punto in cui si era interrotta. È una figura involontaria della continuità: non colui che vince, ma colui la cui corsa dura più a lungo della gara che la conteneva.
A questa forma di libertà se ne può accostare un’altra, molto diversa. Nell’agosto del 1968 il navigatore francese Bernard Moitessier salpa da Plymouth per la Golden Globe Race, la prima regata attorno al mondo in solitario e senza scalo, organizzata dal Sunday Times. Parte con sei settimane di ritardo sugli altri concorrenti, e tuttavia, doppiato Capo Horn, si trova in una posizione che gli consentirebbe di puntare alla vittoria. A quel punto, anziché risalire verso l’Inghilterra, vira e prosegue verso il Pacifico. Il 21 giugno 1969 getta l’ancora a Tahiti, dopo aver percorso oltre trentasettemila miglia nautiche senza mai toccare terra — il più lungo passaggio senza scalo mai compiuto da uno yacht.
Moitessier non aveva imbarcato la radio offerta dagli organizzatori; per comunicare lanciava con la fionda messaggi in tubetti d’alluminio sui ponti delle navi che incrociava. In uno di questi, celebre, spiegò la propria decisione: proseguiva verso le isole del Pacifico perché in mare era felice, e forse per salvare la propria anima.
Le due figure si illuminano a vicenda proprio nella loro divergenza. Kanakuri conserva il traguardo e ne relativizza il tempo: la linea resta legittima, semplicemente non ha più fretta. Moitessier conserva il viaggio e rifiuta il traguardo: la linea, per lui, era sbagliata fin dall’inizio, perché trasformava una traversata esistenziale in una classifica. L’uno sembra dire che il traguardo può attendere; l’altro, che il traguardo non era quello. In entrambi i casi ciò che si incrina è la pretesa della gara di stabilire il valore di ciò che le accade dentro.
Il cronometro sociale
La ragione per cui una vicenda sportiva del 1912 continua a interrogare il presente ha poco a che vedere con lo sport. Ha a che vedere con il fatto che l’esistenza contemporanea è organizzata attorno a cronologie implicite che nessuno ha mai formalizzato e che quasi tutti hanno interiorizzato.
Esistono età considerate giuste per laurearsi, per sistemarsi, per pubblicare qualcosa, per avere figli, per essere diventati qualcuno. Nessun documento le stabilisce. Circolano per via ambientale, per confronto continuo, e producono in chi non le rispetta una sensazione difficile da nominare e difficile da giustificare: quella di essere in ritardo. Le piattaforme digitali hanno reso questa misurazione permanente e reciproca, trasformando ogni biografia altrui in un metro disponibile; il lessico manageriale ha fornito il vocabolario, con la sua promessa che ogni intervallo di tempo debba produrre qualcosa di quantificabile.
Byung-Chul Han ha descritto il soggetto contemporaneo come qualcuno che ha smesso di essere sfruttato dall’esterno per diventare imprenditore di sé stesso, sorvegliante e sorvegliato nella stessa persona; Hartmut Rosa ha mostrato come l’accelerazione sociale produca, paradossalmente, una crescente povertà di esperienza, perché ciò che scorre più rapidamente attraversa la vita senza depositarvisi. Sono analisi diverse, ma convergono su un punto: la pressione non arriva più da un padrone identificabile. Arriva da una tabella di marcia che si è a un certo punto smesso di riconoscere come esterna.
E qui si apre la domanda che questa storia sembra fatta apposta per formulare. Essere in ritardo presuppone sempre una misura esterna: si può essere in ritardo rispetto a un orario, a un programma, a un’aspettativa. Ma in ritardo rispetto alla propria esistenza — rispetto a che cosa, esattamente? Chi ha stabilito l’ora giusta? E quanta parte dell’infelicità contemporanea nasce dal tentativo, silenzioso e costante, di rispettare un calendario che nessuno ha realmente imposto?
Non si tratta di rispondere che il calendario non conta, o che la lentezza è di per sé una virtù: la contrapposizione tra una società cattiva e una lentezza buona è una semplificazione consolatoria quanto la formula sul fallimento come opportunità. Il punto è più circoscritto e più difficile: riconoscere che la misura del tempo è una convenzione, utile e spesso necessaria, che diventa distruttiva soltanto quando smette di essere percepita come tale e si trasforma in un giudizio sull’essere. Kanakuri, in questo senso, non offre un modello da imitare. Offre un caso limite: la dimostrazione empirica che si può attraversare un traguardo cinquantaquattro anni dopo il previsto senza che la propria vita risulti, per questo, mancata.
La linea che aspetta
C’è una linea bianca sull’erba
che nessuno ha più guardato per cinquant’anni,
e che ha continuato ad aspettare
senza sapere chi.
Nel frattempo qualcuno ha imparato
il nome di sei figli,
poi altri dieci nomi,
poi la geografia da insegnare ai ragazzi
di un paese che intanto cambiava forma.
Il cronometro non ha smesso di contare.
Ha contato tutto,
e non ha capito niente.
Ora un uomo con il cappotto
si avvicina, senza fretta,
al punto esatto in cui una corsa
era rimasta sospesa —
e nessuno sa dire
se stia arrivando
o se sia sempre stato, in qualche modo,
già dall’altra parte.
Ciò che il cronometro non conta
Resta, di questa storia, una sproporzione che non si lascia comporre. Da una parte una cifra: cinquantaquattro anni, duecentoquarantasei giorni, cinque ore, trentadue minuti e venti secondi e tre decimi, registrata con una precisione al decimo che suona quasi comica applicata a una simile scala. Dall’altra ciò che quella cifra ha contenuto, e che nessuna unità di misura è stata costruita per registrare. Forse ogni vita ha una gara rimasta interrotta da qualche parte, una linea che continua ad aspettare senza sapere chi. E forse la questione non è arrivarci in orario, ma accorgersi in tempo che nel frattempo stava accadendo dell’altro.
Note e fonti
1. Il tempo ufficiale della maratona di Shizō Kanakuri — 54 anni, 246 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20,3 secondi — è registrato dal Guinness World Records come il più lento mai completato. Il completamento simbolico avvenne il 20 marzo 1967 allo Stadio Olimpico di Stoccolma, su invito della televisione svedese.
2. La frase pronunciata al traguardo è riportata in modo concorde da numerose fonti giornalistiche nella forma: «È stato un lungo viaggio. Lungo la strada mi sono sposato, ho avuto sei figli e dieci nipoti». Non è stato possibile risalire a una registrazione originale dell’audio; la formulazione qui adottata segue la versione più diffusa.
3. Shizō Kanakuri nacque il 20 agosto 1891 nella prefettura di Kumamoto e morì il 13 novembre 1983 a Tamana. Al momento del completamento simbolico della gara aveva settantacinque anni. Alcune fonti divulgative indicano settantasei: il calcolo a partire dalla data di nascita esclude questa lettura.
4. La maratona olimpica di Stoccolma si corse il 14 luglio 1912 sulla distanza di 40,2 km, con 68 partenti provenienti da 19 nazioni e 36 arrivati. La vinse il sudafricano Kenneth McArthur.
5. Francisco Lázaro (1888-1912), portoghese, si accasciò intorno al trentesimo chilometro con una temperatura corporea di 41 °C e morì il giorno successivo: fu il primo atleta a perdere la vita durante una gara olimpica moderna. Aveva ventiquattro anni — e non ventuno, come talvolta si legge. La causa fu ricondotta allo strato di sego con cui si era cosparso il corpo, che impedì la traspirazione.
6. Sull’episodio dell’abbandono: il soccorso da parte della famiglia Petré nei pressi di Tureberg (oggi Sollentuna) è attestato, ed è ricordato da una targa commemorativa sul posto. Divergono invece le fonti sul tipo di bevanda offerta (succo di lamponi o d’arancia) e sulle circostanze precise. La notizia dell’iscrizione formale di Kanakuri negli elenchi svedesi delle persone scomparse è ripetuta da molte fonti divulgative senza documentazione primaria verificabile, ed è trattata in questo testo come parte della leggenda successiva.
7. Kanakuri partecipò anche ai Giochi di Anversa 1920, chiudendo al sedicesimo posto, e a quelli di Parigi 1924, dove si ritirò. Nel 1920 fu tra i promotori della Hakone Ekiden; in Giappone è comunemente indicato come il padre della maratona nazionale.
8. Bernard Moitessier (1925-1994) salpò da Plymouth nell’agosto del 1968 per la Golden Globe Race organizzata dal Sunday Times, abbandonò la regata dopo Capo Horn e giunse a Tahiti il 21 giugno 1969, dopo 37.455 miglia nautiche senza scalo. Il messaggio lanciato con la fionda sul ponte di una nave recitava, nell’originale francese: «parce que je suis heureux en mer et peut-être pour sauver mon âme». La frase «Il faut que j’aille me récentrer», spesso attribuita a Moitessier, circola ampiamente ma non è stata qui verificata su una fonte primaria e non è stata pertanto citata nel corpo del testo.
9. I riferimenti a Byung-Chul Han e Hartmut Rosa rimandano rispettivamente alle analisi svolte in Psicopolitica e La società della stanchezza per il primo, e in Accelerazione e alienazione per il secondo; il pensiero è qui riportato nella sua sostanza argomentativa, senza citazione letterale. non è ancora cominciata a correre — e qualcosa, per una volta, non chiede di essere altro da ciò che è.
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