
Nota – Tornare a Meister Eckhart può sembrare un gesto superfluo. Molto è stato scritto sul grande mistico renano, e le sue parole continuano a essere commentate da teologi, filosofi e psicologi. Eppure, vi sono pensatori ai quali si ritorna non per aggiungere interpretazioni, ma perché la loro parola rimane una soglia. Eckhart appartiene a questa rara specie di autori: ogni volta che lo si rilegge, ciò che sembrava compreso torna a interrogare da capo. Questo scritto nasce da un nuovo ascolto di quella voce, antica eppure sorprendentemente vicina alla sensibilità del nostro tempo.
La ricerca del centro interiore
C’è un punto dentro di noi che non è toccato dal tempo, non è turbato dalle emozioni, non è ferito dalle memorie. Non è raggiunto neppure dai pensieri che incessantemente ci attraversano. È un punto silenzioso, invisibile, ma reale come la fiamma che arde senza consumarsi. Meister Eckhart lo chiamava Grunt, il fondo dell’anima: il luogo in cui Dio nasce nell’uomo. Nel linguaggio di Eckhart, tutto l’universo, con le sue forme, i suoi nomi e le sue immagini, è come un movimento che scaturisce da un centro. L’uomo vive dimentico di questo centro, disperso nella molteplicità delle cose, travolto dal rumore e dalle ansie della vita quotidiana. Eppure, afferma il mistico, in ciascuno di noi vi è un fondo più profondo dell’anima stessa, qualcosa che non nasce e non muore, qualcosa che è increato e increabile.



















