
L’enigma del riso: tra intelligenza e umanità
Pochi gesti umani sono stati tanto diffusi quanto fraintesi come il riso. Il riso è un gesto universale e al contempo enigmatico. Non c’è cultura al mondo che non conosca l’esperienza del ridere, dall’esplosione liberatoria della risata collettiva alla sottile ironia che affiora sulle labbra. Eppure, per la filosofia, il riso è sempre stato un enigma. È solo un moto corporeo, un riflesso fisiologico, o custodisce un significato profondo legato alla nostra capacità di pensare, di giudicare e di trasgredire? Bergson, in un libro fondamentale dal titolo Il riso, pubblicato nel 1900, scrive: «Il riso non ha altro nemico che l’emozione, non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano.» Con queste parole, Bergson sottolinea due aspetti decisivi. Da un lato, che il comico si rivolge alla nostra intelligenza e non al nostro cuore. Dall’altro, che ridere è un gesto che ci definisce come uomini, un tratto che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi.
Eppure, questa universalità non ha impedito che, nei secoli, il riso fosse guardato con sospetto, se non apertamente condannato. Non a caso, Umberto Eco, nel suo celebre romanzo Il nome della rosa, immagina un monastero medievale dove il riso viene vietato perché considerato pericoloso. “Il riso uccide la paura e senza la paura non può esserci fede. Chi non ha paura del diavolo non ha più bisogno di Dio.” In queste parole attribuite al monaco Jorge da Burgos si coglie bene la tensione che ha attraversato la storia del pensiero occidentale: da un lato il riso come sovversione, dall’altro come libertà dell’intelligenza.
Il cammino che qui si apre attraversa epoche e le diverse tradizioni filosofiche per scoprire come il riso sia stato ora condannato come segno di leggerezza e pericolo, ora esaltato come strumento di critica, ora studiato come fenomeno psichico e sociale. Il nostro itinerario partirà dal Medioevo, spesso considerata (anche se non sempre a ragione) l’epoca della più dura repressione del ridere, e giungerà fino alle teorie contemporanee, dove il riso è pensato come forma di liberazione, di creatività, persino di conoscenza. Alla fine del cammino potremo forse rispondere alla domanda: “Ridere è un semplice divertimento o nasconde una verità profonda sull’uomo?”
Il silenzio del chiostro: il sospetto medievale
Se oggi siamo abituati a pensare al riso come a un gesto liberatorio e persino terapeutico, nel Medioevo il suo valore era tutt’altro che scontato. La tradizione cristiana, soprattutto nei secoli più cupi dell’età patristica e medievale, ha spesso guardato al riso con sospetto, talvolta arrivando a condannarlo apertamente come segno di stoltezza, di vanità, di distrazione dai fini ultimi della vita. Il riso era visto come un gesto che infrange la gravitas, quella serietà che doveva accompagnare il credente in ogni suo atto, orientandolo verso la salvezza eterna.
Già i Padri della Chiesa avevano espresso diffidenza. Tertulliano, ad esempio, ammoniva i cristiani a non lasciarsi trascinare dalla risata: “Il Signore stesso pianse, mai si legge che abbia riso” (De Spectaculis, capitolo 23). Questa frase lapidaria divenne quasi un paradigma: Cristo come uomo di dolore, non di gioia terrena. Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, definiva il ridere sguaiato come un segno di dissolutezza, un atto attraverso cui poteva insinuarsi la tentazione diabolica. Anche Agostino, pur con toni più sfumati, scrive nelle Confessioni (libro II) che il riso può allontanare dalla ricerca del vero e spingere verso l’illusione mondana.
Nei testi ecclesiastici medievali ritroviamo la stessa diffidenza. Rabano Mauro, nel De institutione Clericorum, ammoniva i chierici a evitare il ridere sguaiato e a mantenere un contegno sempre sobrio e misurato. Il riso, in questa prospettiva, era pericoloso non solo sul piano individuale, come segno di debolezza morale, ma anche sul piano sociale. Poteva minare la gerarchia, dissolvere l’ordine, suscitare la derisione delle autorità e, quindi, destabilizzare l’intera comunità cristiana.
Umberto Eco, ambientando Il nome della rosa nel XIV secolo, non inventa dunque nulla, ma attinge a questa radice culturale. Il personaggio del monaco cieco Jorge da Burgos incarna perfettamente questa mentalità: “Il riso è il vento di Satana che deforma il volto dell’uomo e lo fa somigliare alla scimmia.” In questa immagine crudele si condensa l’idea medievale: ridere significa perdere l’imago Dei, l’immagine di Dio che l’uomo porta in sé, per degradarsi a una caricatura animalesca. Il Medioevo, quindi, istituisce un “regime del riso”, tollerato solo in forme controllate (alcuni rituali carnevaleschi o rappresentazioni teatrali marginali), ma mai riconosciuto come esperienza positiva o degna. Il ridere veniva visto come una fessura da cui poteva infiltrarsi il caos e l’eresia. Solo nei secoli successivi, con l’Umanesimo e il Rinascimento, il riso verrà riscoperto come forza vitale e persino come via alla verità.
La rinascita della vitalità: Rabelais, Erasmo e Montaigne
Con l’Umanesimo e il Rinascimento si apre una stagione completamente diversa. L’uomo, riscoprendosi misura di tutte le cose e centro di un universo non più dominato esclusivamente dal timore del peccato, comincia a guardare al riso come a un segno di vitalità, di forza creativa, di libertà interiore. In questo clima, il riso non è più condannato come segno di stoltezza, ma viene esaltato come strumento di conoscenza e di critica.
Un primo grande esempio è François Rabelais. Nelle pagine monumentali di Gargantua e Pantagruele il riso diventa principio costitutivo dell’esistenza, forza cosmica che spazza via la paura e le catene dell’ignoranza. Rabelais apre la sua opera con un invito esplicito: “Ridere è proprio dell’uomo.” È un’eco di Aristotele, il quale nel De Partibus Animalium affermava che l’uomo è l’unico animale capace di ridere, ma caricata di una valenza positiva e liberatoria. Per Rabelais ridere significa vivere, partecipare alla grande abbondanza del mondo, assaporarne l’eccesso. È un riso corpulento, sensuale, carnascialesco, il riso che libera dal timore della morte e che smaschera la vacuità dei potenti e delle istituzioni corrotte.
Accanto a lui, Erasmo da Rotterdam, con il suo Elogio della follia (1509), utilizza il riso in forma più sottile e ironica, ma non meno incisiva. La Follia, personificata e resa voce narrante, ride degli uomini, dei sapienti, dei papi e degli imperatori, svelandone l’ipocrisia e l’incoerenza. Scrive Erasmo: “Quello che non si può dire ridendo non si deve dire neppure sul serio.” In questa frase è racchiuso il potere di un’ironia che non distrugge soltanto, ma educa e riforma. Il riso erasmiano diventa una lente attraverso cui leggere la vanità dei saperi umani, ma anche una pedagogia morale, un ridere che corregge divertendo.
Un altro gigante del pensiero rinascimentale, Michel de Montaigne, nei suoi Saggi porta il riso su un piano ancora più filosofico. Il ridere diventa espressione della fragilità e della relatività dell’uomo. Montaigne, con la sua arte di osservare se stesso, scrive: “Il riso e le lacrime sono così strettamente intrecciati che l’uno conduce spesso all’altro.” Qui il riso non è evasione, ma saggezza. Ridere delle nostre debolezze significa accettare la condizione umana, sottrarsi alla pretesa di assolutezza, riconoscere la relatività dei valori e delle consuetudini.
Dunque, tra Rabelais, Erasmo e Montaigne, il riso si afferma come forza vitale, critica e conoscitiva, non più gesto da reprimere, ma via di liberazione. È la voce che smaschera le ipocrisie, che svela il lato grottesco del potere, che restituisce all’uomo la sua capacità di guardarsi con ironia e leggerezza. Il Rinascimento segna quindi la nascita di un’altra genealogia del ridere, destinata a fecondare i secoli successivi.
Dal sarcasmo alla consapevolezza: Illuminismo e Romanticismo
Con l’Illuminismo il riso diventa un’arma di combattimento. I filosofi del Settecento, impegnati a smantellare superstizioni, pregiudizi e dogmi, fanno del ridere uno strumento di critica corrosiva e di emancipazione. Voltaire, maestro di satira e sarcasmo, ne offre l’esempio più lampante. Nei suoi racconti filosofici (basti pensare a Candide, 1759), il riso smaschera l’assurdità delle pretese metafisiche e teologiche. Con leggerezza tagliente, Voltaire ridicolizza l’ottimismo di Leibniz e la cieca fiducia nel “migliore dei mondi possibili”, facendo dire al suo personaggio Pangloss: “Tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”, mentre intorno imperversano guerre, terremoti e disastri. Il riso qui non consola, ma disillude, costringe a vedere la realtà nuda, libera dalla copertura delle ideologie.
Anche Denis Diderot, con la sua penna teatrale e narrativa, usa il ridere per destabilizzare i valori dominanti. Nel Jacques il fatalista, i dialoghi sono costellati di ironia che frantuma ogni linearità narrativa e filosofica, mostrando che la vita è un intreccio imprevedibile, non un sistema chiuso. L’ironia illuministica non è mero divertimento, è un’arma capace di scardinare certezze e smascherare i potenti, aprendo la strada a una ragione critica.
Con il Romanticismo il riso muta di nuovo funzione e significato. L’arma polemica diventa riflessione interiore, ironia filosofica che accompagna la coscienza moderna nelle sue lacerazioni. Søren Kierkegaard, in Nelle carte del seduttore e in Sul concetto dell’ironia, mostra come l’ironia sia un atteggiamento esistenziale, una distanza che l’individuo prende rispetto al mondo e a se stesso. L’ironia è “negatività infinita”, perché non costruisce, ma dissolve. È il sorriso interiore di chi, non trovando certezze nel mondo, sceglie di vivere nel paradosso e nell’attesa.
Schopenhauer, pur in un orizzonte diverso, lega il riso alla percezione dell’assurdo. Nel Mondo come volontà e rappresentazione spiega che ridere nasce dalla percezione improvvisa di una contraddizione tra un concetto e la realtà intuitiva. Il riso è lo scarto tra idea e vita, tra aspettativa e concretezza. Da qui il suo carattere universale: ogni riso nasce da un’assurdità. Nel ridere l’uomo percepisce la sproporzione tra la serietà con cui affronta l’esistenza e la sua effettiva inconsistenza.
In questo passaggio tra Illuminismo e Romanticismo il riso si fa dunque bifronte: da un lato critica sociale e politica, dall’altro meditazione interiore, ironia dell’esistenza, distanza poetica dalle cose. In entrambi i casi, però, esso si conferma gesto eminentemente filosofico, rivelazione della verità sia nella denuncia delle menzogne collettive, sia nella presa di coscienza della condizione individuale.
Il riso smontato
Nel Novecento il riso diventa oggetto di analisi sistematiche, non più soltanto sul piano letterario o morale, ma anche psicologico, sociologico e filosofico. Si cerca di comprenderne le leggi interne, le funzioni sociali, le dinamiche psichiche. In questo contesto emergono alcuni contributi fondamentali che hanno segnato la riflessione contemporanea.
È Bergson con il suo saggio
Il riso del 1900, uno dei testi più influenti del secolo. Bergson definisce il comico come “il meccanico applicato al vivente”. Secondo lui ridiamo quando cogliamo una rigidità, una meccanicità innaturale nella vita. Il riso, dunque, ha una funzione correttiva: “Il riso è prima di tutto una sanzione sociale”. Chi non si adatta alla vita sociale viene ridicolizzato. In questa prospettiva, la risata diventa una sorta di pedagogia collettiva: ridere degli altri serve a ricondurli alle regole comuni. È una visione a tratti disciplinante che mostra come il riso non sia mai innocente, ma sempre situato dentro dinamiche comunitarie.
Un secondo grande contributo è quello di Sigmund Freud. Nel suo libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, pubblicato nel 1905, Freud studia il riso come meccanismo psichico di scarica. Ridere significa liberare una quota di energia repressa, permettere all’inconscio di emergere sotto forma di battuta, barzelletta, o gioco di parole. Scrive Freud: “Il piacere del motto di spirito deriva dal risparmio di energia psichica.” Qui il riso diventa via regale all’inconscio, modalità in cui l’Io si concede una temporanea libertà dalle censure morali e sociali.
Sul versante sociologico, Michail Bachtin, nel suo studio monumentale L’opera di Rabelais e la cultura popolare (1965), ha mostrato come il riso non sia solo un fenomeno individuale, ma una dimensione collettiva capace di fondare una cultura alternativa. Nel carnevale medievale analizzato da Bachtin, il riso popolare rovesciava le gerarchie, sospendeva le leggi, creava un mondo alla rovescia in cui i poveri potevano deridere i potenti. Il riso del carnevale è universale: tutti ridono e ridono di tutti. In questa visione, il riso non è correzione disciplinare come in Bergson, né solo liberazione psichica come in Freud, ma sovversione politica e sociale, creazione di uno spazio utopico.
Umberto Eco, da parte sua, ha riflettuto spesso sul potere del riso come strumento critico. Ne Il nome della rosa si consuma proprio la battaglia tra il riso liberatorio di Guglielmo da Baskerville e la censura mortale di Jorge da Burgos. Per Eco il riso può essere tanto emancipativo quanto corrosivo. Da un lato libera dall’angoscia del potere e delle autorità. Dall’altro, se ridotto a cinismo, può distruggere senza costruire. In una celebre conferenza disse: “Il riso ci salva dall’idolatria, ma non deve diventare esso stesso un idolo.”
Le ricerche più recenti tra neuroscienze e filosofia della mente hanno aggiunto un ulteriore livello di indagine. Il riso è visto come una funzione evolutiva, un meccanismo che rafforza i legami sociali, crea empatia, stimola il cervello a riconoscere incongruenze e a risolverle rapidamente. Si è scoperto, ad esempio, che ridere attiva aree cerebrali connesse al piacere e alla creatività, confermando che il ridere non è soltanto un ornamento della vita, ma una sua struttura costitutiva. Dalla disciplina sociale di Bergson alla liberazione inconscia di Freud, fino alla sovversione carnevalesca di Bachtin e alle riflessioni semiotiche di Eco, le teorie contemporanee ci mostrano un riso poliedrico, multiforme, impossibile da ridurre a un solo significato: è insieme correzione, liberazione, sovversione e conoscenza.
Il riso come verità e resistenza
Abbiamo percorso un lungo itinerario, dal Medioevo che condannava il riso come segno di stoltezza e di peccato, fino al pensiero contemporaneo che lo interpreta come forza sociale, psichica e filosofica. In questo viaggio, il riso è apparso come un gesto ambivalente, oscillante tra pericolo e liberazione, tra correzione e conoscenza. E proprio questa ambivalenza ne costituisce forse il segreto più profondo.
Se i Padri della Chiesa lo vedevano come una fessura da cui poteva penetrare il caos, Rabelais ed Erasmo lo celebravano come energia vitale e ironica pedagogia. Se Voltaire lo brandiva come arma contro le superstizioni, Kierkegaard e Schopenhauer lo trasformavano in meditazione esistenziale. Se per Bergson era sanzione sociale, per Freud valvola dell’inconscio, per Bachtin strumento di sovversione collettiva. Ogni epoca ha declinato il riso secondo i propri fantasmi e i propri desideri, ma sempre riconoscendo in esso una forza che scuote, che svela, che rompe gli equilibri.
Ridere non è dunque un atto neutro, è un gesto che dice la verità su di noi: ci ricorda che siamo fragili e ridicoli, che nessuna autorità è intoccabile, che la vita stessa si fonda sull’imprevedibile gioco dell’assurdo. Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, ci provoca con un’immagine paradossale: “Io non potrei mai credere in un Dio che non sappia danzare.” Potremmo aggiungere: né in un Dio che non sappia ridere. Il riso, in fondo, è un modo di danzare con la mente, di alleggerire il peso della necessità, di guardare il mondo con occhi nuovi.
Oggi le scienze umane e naturali ci confermano ciò che i grandi scrittori e filosofi avevano intuito: il riso è insieme vincolo sociale, energia psichica, rivelazione filosofica e il rovescio della paura e il volto umano della libertà. Forse è proprio in questo che il riso custodisce la sua verità nascosta: nel ricordarci che la vita, pur attraversata da dolore e angoscia, è sempre aperta alla possibilità di un sorriso che illumina, di una risata che libera, di un ironico sguardo che ci salva dall’idolatria del potere e dalla serietà che opprime. Ridere allora non è soltanto divertimento, è un atto di conoscenza, di resistenza, di umanità.
Riso
Non ridiamo perché il mondo è leggero,
ma perché è troppo grave
per essere abitato senza incrinature.
Nel riso
la paura perde forma,
il potere si scopre fragile,
la verità smette di urlare
e accenna un sorriso.
Ridere
è il modo più umano
di restare in piedi
sull’orlo dell’assurdo.
Pensare ridendo
Questo testo nasce da una convinzione semplice e insieme controcorrente: il riso non è un accessorio dell’esistenza, ma una delle sue forme di verità.
Attraverso la storia della filosofia, il riso si rivela come gesto ambiguo e potente: temuto, represso, celebrato, analizzato. Sempre, però, capace di incrinare certezze, di mettere in crisi le autorità, di restituire all’uomo una distanza critica da sé e dal mondo. Ho voluto seguirne il percorso non per celebrarlo come evasione, ma per riconoscerlo come atto di pensiero, come esercizio di libertà, come resistenza alla serietà che diventa dominio.
Ridere, in questo senso, non significa negare il dolore, ma attraversarlo senza idolatrarlo. È una forma di lucidità che non rinuncia alla leggerezza, un pensiero che, invece di irrigidirsi, sa ancora flettersi. Se questo scritto riuscirà a far sentire il riso non come distrazione, ma come gesto filosofico, allora avrà raggiunto il suo scopo.
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