
La parola che resta
“Sulla terra c’è ciò che merita vita:
l’esitazione di aprile,
l’odore del pane all’alba,
una donna che allatta il suo bambino,
il desiderio dell’uomo di vivere.”
— Mahmoud Darwish, “Sulla terra c’è ciò che merita vita” (1992)
In tempi in cui la parola è spesso piegata alla menzogna, leggere Mahmoud Darwish significa restituire alla poesia la sua antica funzione di verità. La sua voce nasce dal cuore ferito della Palestina, ma parla all’intera umanità, perché ogni uomo, prima o poi, conosce l’esilio: dalla propria terra, dal proprio passato, da sé stesso.
Darwish non canta per consolazione, ma per fondare ancora una volta il senso dell’essere, là dove il mondo è stato distrutto. In lui la poesia si fa gesto civile, memoria del dolore e visione del possibile.
Tra le rovine e il vento, la parola poetica diventa luogo di resistenza, un altare di luce nel deserto dell’epoca. È la voce che, di fronte alla disgregazione, osa ancora dire “siamo qui”.
E in quel qui vibra l’essenza della speranza: la fedeltà al presente, il coraggio di custodire la bellezza anche quando sembra perduta, l’umiltà di continuare a nominare il mondo affinché non cada nel silenzio.
E la parola si fece resistenza
(Segue la voce di Mahmoud Darwish)
Qui, ora, tra le schegge di qualcosa e di nulla, viviamo nelle periferie dell’Eterno. Giochiamo a scacchi, talvolta incuranti del destino dietro la porta. Siamo ancora qui a costruire dalle macerie colombaie lunari. Conosciamo il passato e non ce ne andremo, né trascorreremo notti d’estate a cercare l’eroismo dorato di ieri. Siamo chi siamo, senza chiedercelo. Siamo ancora qui a rattoppare la veste dell’eternità. Siamo figli dell’aria calda e dell’aria fredda, dell’acqua, del suolo, del fuoco, della luce e della terra, degli istinti umani. Abbiamo metà vita e metà morte, progetti d’eternità e un’identità. Patrioti come ulivi, eppure stanchi del riflesso di Narciso nell’acqua degli inni patriottici. Sentimentali senza volerlo, lirici di proposito, eppure immemori dei canti sentimentali.
Qui, accompagnati dal significato, ci siamo ribellati alla forma, cambiando il finale della commedia. Nell’atto supplementare siamo naturali e ordinari. Non monopolizziamo Dio nelle lacrime della vittima. Siamo ancora qui. Abbiamo i nostri grandi sogni per convincere il lupo a suonare la chitarra a un ballo annuale, e abbiamo anche piccoli sogni: svegliarci incolumi dalla delusione e senza sogni inverosimili. Vivi siamo, vivi resteremo e il sogno continuerà.
Qui, in quel che resta della parola di Dio, in cima alla roccia, di notte e all’alba, recitiamo parole di lode. L’invisibile potrà forse sentirci e ispirare a uno dei nostri giovani un verso dall’inno dell’eternità.
Ora, tra ieri e domani, una donna lava i vetri di casa, non dimentica né ricorda. Ora il cielo è limpido. Ora un amico mi chiede cos’è ora la felicità, poi se ne va in fretta prima della risposta.
Ora, tra ieri e domani, si innalza un limbo crespo e transitorio. Il tempo si ferma come in un attimo, tra due momenti. Ora il paese è bello e leggero. Ora si innalzano le colline per allattare nuvole trasparenti e afferrare l’ispirazione: il domani e la lotteria dei perplessi. Ora il nostro ieri leviga un’icona di pietra lunare. Ora viviamo passato e futuro insieme e camminiamo in due direzioni che potrebbero scambiarsi un saluto poetico. Ora il significato aderisce alle cicatrici del presente screpolato, come la geografia. Ora, nel breve sonno del piccolo tempo, la candida eternità muta i nomi del divino. Nessun profeta sulla strada litoranea. Ora in noi è nato un poeta. Per conoscere se stesso potrebbe scegliersi una madre. Ora dal fiore del melograno spunta un presente. Ora la vastità è regno solo delle rondini. Ora sei due, tre, ventimila. Come fai a sapere, nella tua molteplicità, chi sei tu? Ora eri, ora sarai. Sappi dunque chi sei per essere.
Qui e ora, la storia non si cura né degli alberi né dei morti. Agli alberi spetta crescere alti e non assomigliarsi in altezza ed estensione. Ai morti, qui e ora, spetta trascrivere i propri nomi e sapere come morire soli. A noi vivi spetta vivere insieme e non saper vivere senza una leggenda scritta che ci salvi dall’inciampare nella flaccida realtà e nella retorica del realismo e dire: siamo ancora qui ad osservare una stella che penetra ogni lettera dell’alfabeto e a cantare: Siamo ancora qui a sorreggere il fardello dell’eternità.
Due occhi smarriti nei colori. Verdi prima dell’erba, azzurri prima dell’alba. Si tingono del colore dell’acqua, poi volgono al lago lo sguardo color miele perché diventi verde. Non dicono la verità, mentono alle fonti e ai sentimenti. Guardano il malinconico grigio e ne celano i tratti. Agitano l’ombra tra il lillà e il viola sfavillante nell’ambigua diversità. Si colmano di interpretazioni, poi confondono il colore, e forse è lapislazzuli o smeraldo diluito nel peridoto e nel turchese raffinato. Crescono e calano come i sentimenti. Crescono quando le stelle passeggiano sopra i tetti, calano sul letto dell’amore. Si aprono per abbracciare un sogno che brilla nelle palpebre della notte. Si chiudono per ricevere il miele che gocciola dall’alveare. Si estinguono come il nulla in poesia, un’oscurità delle emozioni che incendia di lune i boschi, poi tormenta l’ombra. Forse in me grigio imparziale l’olivastro e l’azzurro marino diventano verde. Fissano il vuoto con uno sguardo a mandorla. Tingono di nero il collare della colomba. Al pavone in un giardino aprono i ventagli della vanità, innalzano i pioppi e i salici, fuggono dagli specchi perché sono più stretti. Nella luce si voltano al nulla intorno che si alza e corre ansimante, e loro nella notte sono due specchi dell’ignoto nel mio destino. Vedo o non vedo quale viaggio per aria o per mare mi prepara la notte. Al loro cospetto sono io o non sono io. Due occhi limpidi, annebbiati, sinceri, bugiardi, sono gli occhi di lei. Ma lei chi è?
Di gigli e colma l’aria, come musica che risuonerà. Ogni cosa sceglierà un significato e mi destinerà quello in eccesso. Sono libero ora, padrone delle mie occasioni d’amore. Non dimentico né ricordo il passato perché nasco ora così, da ogni cosa. Creo il passato quando l’aria contaminata dalla polvere ha bisogno della sua stirpe. Sono nato senza difficoltà, come gli sciacalli, come le salamandre e come i corvi. Non mi sono congratulato con i miei genitori per la mia salute e la mia salvezza. E ora, ben desto, salto, vedo e sento. Tutti questi gigli magici sono per me. Di gigli e colma l’aria come musica che risuonerà.
Tutto ciò che mi circonda si congratula con me. Un soffitto libero da fantasmi che possano contendermi, una sedia che accoglie colei che sceglie un ritmo adatto alle sue gambe, dinanzi alla porta uno specchio che mi conosce e diviene avvezzo al volto del suo visitatore. È un cuore pronto a celebrare tutto. Ogni cosa sceglie un significato per quell’accidente che è la vita e rimane appagata dei doni di questo presente cristallino. Non ho mai saputo né chiesto perché celebro l’amicizia con il quotidiano e l’accessibile e inseguo il ritmo di una musica che risuonerà dagli angoli dell’universo.
Non dimentico né ricordo il domani. Forse ho rimandato il pensiero senza volere. Forse volendo ho celato il timore dell’angelo della morte, così da vivere per un po’ tra due tempi: l’accidente della vita e l’incidente della morte procastinata di un’ora o due, o forse di due anni. Mi rallegra ricordare ciò che ho dimenticato. Ho dimenticato di dimenticare il canto del flauto al serpente. Senza alcuna ragione il fiume trabocca di me e io trabocco attorno i miei sentimenti. Di gigli e colma l’aria come musica che risuonerà.
Alla stazione di un treno scomparso dalla mappa. Erba, aria secca, rovi e fichi d’India sui binari. Laggiù la forma delle cose rosicchia la sua ombra nella futilità dell’informe. Laggiù un nulla cinto dal suo posto e due colombe che volteggiano sul tetto di una sala abbandonata nella stazione. La stazione è un tatuaggio dissolto nel corpo del luogo. Laggiù due esili cipressi, come due lunghi aghi, ricamano una nube giallo limone. Laggiù una turista fotografa due scene: il sole che si corica nel letto del mare, la panchina di legno senza la sacca del viandante. L’ipocrita oro celeste è tediato dalla propria consistenza.
Mi sono fermato alla stazione, non per attendere il treno, nei miei affetti celati, nell’estetica di cose remote, ma per sapere come infuria il mare e si frantuma il luogo come giara di terra cotta, quando sono nato, dove ho vissuto e come migrano gli uccelli verso sud o verso nord. Basterà ciò che resta di me, perché la leggerezza dell’immaginario trionfi sulla corruzione del reale? È ancora gravida la mia gazzella? Siamo cresciuti, quanto siamo cresciuti. E lunga è la strada verso il cielo.
Il treno avanzava come un docile serpente dalla Siria verso l’Egitto. Il suo fischio nascondeva la vitalità del lupo, il rauco belato delle capre, come fosse un tempo leggendario per domare i lupi. Il suo fumo incombeva sul fuoco dei villaggi sbocciati e germogliati come cespugli. Ovvia è la vita e, come le porte delle nostre case, i nostri cuori sono spalancati. Buoni e ingenui eravamo. Dicevamo: “Il paese è nostro. Nessuna disgrazia potrà colpire il cuore della mappa. Il cielo con noi è generoso. Non parliamo arabo classico se non di rado: nei momenti di preghiera e nella notte del destino. Il nostro presente ci intrattiene, insieme viviamo e il passato ci diletta. Se avrete bisogno di me, tornerò”.
Buoni e sognatori eravamo. Non vedemmo il futuro rubare il passato, sua preda, e fuggire. Il nostro presente coltivava grano e zucche in un tempo non molto lontano, e danzava la valle. Ero lì, fermo alla stazione al tramonto. Ci sono ancora due donne in una che si lucida la coscia con il lampo. Due donne leggendarie, nemiche, amiche e gemelle sulle cime del vento. Mi corteggia una e mi osteggia l’altra. Il sangue versato ha mai spezzato una sola spada perché io possa dire: “È con me la mia prima dea?”. Ho creduto al mio canto antico per smentire la mia realtà.
Imbarcazione terrestre che approdava, era il treno, ci trasportava verso città immaginarie reali quando avevamo bisogno di giocare innocenti con il destino. I suoi finestrini avevano il potere del magico. Nell’ordinario fuggiva ogni cosa. Alberi, idee, onde e torri fuggivano alle nostre spalle. Fuggiva la fragranza dei limoni, fuggivano l’aria e tutte le altre cose, e la nostalgia d’un remoto misterioso fuggiva il cuore. Tutto era diverso e familiare.
Mi sono fermato, abbandonato come la stanza del custode del tempo in quella stazione. Un depredato che guarda i suoi tesori chiedendosi: “Era mio quel campo? Era mio quel tesoro? Era mio questo lapislazzuli pregno d’umido e rugiada notturna? Sono mai stato un solo giorno discepolo della farfalla in fragilità e audacia o suo collega nella metafora? Sono mai stato un solo giorno mio?”. Il ricordo si ammalerà con me e giacerà febbricitante. Scorgo le mie orme su una pietra, credo siano la mia luna. Mi alzo e canto: un’altra rovina, e annienterò i miei ricordi.
Fermo alla stazione. Ora non amo quest’erba, questa eredità dimenticata, questa ridicola disperazione che scrive la biografia dell’oblio in questo luogo mercuriale. Non amo le margherite sulle tombe dei profeti, né una mia metaforica salvezza. Sebbene il violino mi desideri eco a me stesso, non vorrei che tornare alla mia vita, cosicché la mia fine possa essere il racconto del mio inizio. Come un tintinnio di campane, qui il tempo si è infranto.
A sessant’anni dalla mia ferita mi sono fermato alla stazione, non per attendere il treno né le acclamazioni di chi torna da sud verso le spighe, ma per custodire la costa degli ulivi e dei limoni nella storia della mia mappa. Questo, tutto questo, e per l’assenza e le briciole che restano dell’invisibile, sono per me. È forse passato il mio fantasma facendomi un cenno da lontano per poi sparire? Gli ho chiesto: “Ogni volta che lo straniero ci sorride e ci saluta, dobbiamo sacrificargli una gazzella?”. Come una pigna mi è caduta l’eco. Nulla mi guida verso me se non la mia intuizione.
Due colombe erranti mi depongono sulle spalle lettere d’esilio. Poi si librano a una pallida altezza. Passa una turista e mi chiede: “Posso fotografarti in onore della verità?”. Rispondo: “Che cosa intendi?”. E lei: “Posso fotografarti come estensione della natura?”. E io: “Puoi, tutto è possibile. Buona serata e ora lasciami solo con la morte e con me stesso”.
Un solo e unico volto alla verità qui, allora canterò. Sei sempre tu, anche se sconfitto. Tu e io, due nel passato e uno solo nel domani. Il treno è passato, ma non eravamo desti. Quindi svegliati completamente, non aspettare nessuno, tranne te in questo luogo. Qui il treno è scomparso dalla mappa a metà della strada litoranea. Nel cuore della mappa un incendio è scoppiato, spento da un tardivo inverno. Quanto siamo cresciuti, quanto siamo cresciuti prima di tornare ai nostri primi nomi.
A chiunque mi guardi con il binocolo dalla torre di guardia dico: “Non ti vedo, non ti vedo. Vedo il mio luogo tutto intorno a me. Vedo me nel luogo con tutti i miei organi e nomi. Vedo le palme emendare i miei errori in arabo classico. Vedo i fiori di mandorlo allenare il mio canto a una gioia improvvisa. Vedo le mie orme e le seguo. Vedo la mia ombra e la sollevo dalla valle con il fermaglio di una cananea in lutto. Vedo l’invisibile attrazione fluire dalla bellezza perfetta, integrata e completa nell’eternità delle colline, ma non vedo i miei cecchini”.
Sono ospite di me stesso. Laggiù i morti appiccano il fuoco attorno alle loro tombe. Laggiù i vivi preparano la cena per l’ospite. Laggiù vi sono parole a sufficienza per permettere alla metafora di innalzarsi sulla realtà. Ogni volta che il luogo si offusca, una luna di rame lo illumina e lo allarga.
Sono ospite di me stesso. L’ospitalità mi metterà in imbarazzo e mi delizierà tanto da soffocarmi di parole, e le parole soffocheranno di lacrime prolungate, e i morti berranno con i vivi la menta dell’immortalità e non insisteranno a parlare di resurrezione. Nessun treno laggiù, nessuno lo attenderà.
Il nostro paese è il cuore della mappa, il suo cuore forato come una piastra al mercato dei rottami. E l’ultimo passeggero che dalla Siria andava in Egitto non è tornato a pagare al cecchino gli straordinari. Come si aspettano gli stranieri, non è tornato e non ha portato il certificato di morte né di vita, affinché i teologi della resurrezione possano verificare il suo posto in paradiso.
Come eravamo angelici e sciocchi a fidarci degli stendardi e dei cavalli, a credere che le ali di un’aquila ci avrebbero sospinto verso l’alto. Il mio cielo: un’idea, e la terra: il mio esilio preferito. Ormai credo soltanto al mio intuito. Tutto qua. Per le prove un dialogo impossibile, per la genesi, la lunga interpretazione dei filosofi. Per la mia idea del mondo, una lacuna provocata dall’esodo, per la mia ferita eterna, un tribunale senza giudice imparziale. I giudici esausti della verità mi dicono: “Gli incidenti di percorso sono un fenomeno diffuso. Tutto qua. Il treno è scomparso dalla mappa, mentre tu sei stato bruciato dalle braci del passato. Questa non è stata un’invasione”. Ma io dico: ormai credo soltanto al mio intuito. Tutto qua. Sono ancora vivo.
Dedica a Mahmoud Darwish
A Mahmoud Darwish,
voce di chi non ha più voce,
radice che resiste nella polvere,
angelo esiliato che fece della parola una patria.
Dalle tue ferite abbiamo appreso la luce,
dal tuo silenzio la lingua del ritorno.
Ogni tuo verso ci insegna ancora
che la poesia non muore — si trasfigura.
L’eco dei sopravvissuti
Siamo ancora qui,
tra la polvere e l’azzurro,
tra ciò che è perduto e ciò che non muore.
Abbiamo imparato il linguaggio delle pietre,
la grammatica degli ulivi,
la voce dei venti che ritornano.
Ogni parola che scriviamo
è un atto di fede nel possibile,
una ferita che fiorisce.
Ci hanno tolto la mappa,
ma non la direzione del cuore.
Ci hanno tolto la casa,
ma non il canto.
E mentre la storia tace,
noi sussurriamo ancora:
la poesia non salva,
ma ricorda agli uomini
che esiste ancora la luce.
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