Lacerazioni.

Il vero silenzio non è l’assenza di parole, ma l’assenza del bisogno di parlare.

Tra la veglia e il sogno si stende la terra della poesia — ed è lì che il pensiero impara a respirare.

Qui la poesia respira,
i racconti sussurrano ombre,
i saggi accendono luci nel buio.
Chi entra, ascolti il silenzio.


Donato Di Crecchio

Un omaggio al non detto, al ritmo interiore del pensiero poetico.


  • Sei giorni di silenzio


    Ryū Murakami è morto il 17 ottobre 2026, nella sua casa di Tokyo, a settantaquattro anni. La notizia è diventata pubblica il 23, quando l’editore l’ha comunicata precisando che le esequie si erano già svolte in forma privata. Fra la morte e il suo annuncio sono passati sei giorni, per volontà della famiglia, e non c’è niente di strano in una scelta del genere, che in Giappone è frequente e che nessuno ha ragione di discutere. Resta però una coincidenza che si fatica a non notare: uno scrittore che ha passato la vita a mostrare ciò che una società tiene sotto la superficie è morto, e il fatto è rimasto sotto la superficie per quasi una settimana.

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    Leggi tutto: Il Giappone sotto la pelle. Ryū Murakami e la violenza di un mondo senza innocenza

  • C’è dell’ineffabile. Esso si mostra, è il Mistico. — Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 6.522


    La parola che si spezza


    Ci sono esperienze che il linguaggio ordinario non manca di descrivere per difetto di vocabolario, ma per eccesso di oggetto. L’origine, il destino, il sacro, il male, la morte, l’amore assoluto: davanti a queste soglie la parola discorsiva non si impoverisce, si spezza. Non è che manchino i termini. È che ogni termine, posato lì sopra, suona più piccolo della cosa — e chi parla lo sente, nel momento stesso in cui pronuncia la frase, come si sente un gradino che cede.

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    Leggi tutto: Custodire l’indicibile. Mito, poesia e la verità che non si lascia possedere

  • Sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. — Carl Schmitt, Teologia politica, 1922


    Pensare la modernità senza consolazioni


    C’è un momento, nella storia del pensiero, in cui le categorie smettono di rassicurare: non perché siano diventate false, ma perché non bastano più. In questo spazio instabile, privo di consolazioni teoriche, si colloca il pensiero di Giorgio Agamben — un pensiero che non promette salvezza, non offre ricette politiche, non costruisce sistemi, e insiste con ostinazione quasi ascetica nel riportare lo sguardo laddove la modernità mostra le sue fratture più profonde.


    Agamben non è un filosofo dell’attualità. Anche quando sembra parlare del presente, lavora più radicalmente da interprete della struttura nascosta del mondo moderno. Il suo gesto teoretico non consiste nel denunciare singoli abusi del potere: pone una domanda più scomoda, e cioè su quali presupposti invisibili si fondi l’ordine giuridico e politico, che cosa renda possibile dall’interno la sospensione della legge in nome della legge stessa.

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    Leggi tutto: Homo sacer. La legge dell’abbandono.

  • Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’onore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. — Francesco d’Assisi, dal Cantico delle Creature (1224)


    La riscoperta del vero Francesco


    Ottocento anni ci separano dalla morte di Francesco d’Assisi. Morì nel 1226, eppure poche figure del Medioevo continuano ad abitare con altrettanta forza l’immaginario dell’Occidente. Forse proprio per questo anniversario vale la pena domandarsi, ancora una volta, chi fosse davvero l’uomo nascosto dietro il santo.

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    Leggi tutto: La pace più rivoluzionaria. Francesco d’Assisi

  • Non vidi con gli occhi del corpo, non udii con le orecchie esteriori, non sognai e non fui rapita fuori da me stessa: le vidi da sveglia, con mente pura, negli occhi e nelle orecchie interiori. — Ildegarda di Bingen, nel prologo dello Scivias


    La visione da sveglia


    Mistica, certo, ma anche pensatrice rigorosa, guaritrice, musicista: Ildegarda di Bingen è soprattutto una mente capace di tenere insieme ciò che l’epoca contemporanea ha imparato a separare — sapere e vita, natura e senso, conoscenza e cura. Attraverso le sue visioni, il concetto di viriditas e una profonda riflessione sulla misura, il suo pensiero permette di interrogare alcuni nodi decisivi del presente: il rapporto sempre più disfunzionale con la natura e con l’ambiente, la frammentazione del sapere, la difficoltà crescente di pensare la cura come qualcosa che riguarda l’essere umano nella sua interezza e non soltanto il corpo come oggetto di manipolazione tecnica. Non si tratta di cercare in lei risposte pronte o ricette da applicare, ma di capire meglio dove ci si trova — e forse di accorgersi che alcune domande poste otto secoli fa sono ancora sorprendentemente vive.

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    Leggi tutto: Ildegarda e il filo verde dell’essere. La viriditas e la cura di un mondo inaridito

  • Un ordine che chiama


    Esistono momenti in cui il tempo sembra piegarsi e il mondo consegna un indizio: un incontro inaspettato, un simbolo che si ripete, una risposta che giunge prima ancora che la domanda sia formulata. Questi eventi, apparentemente casuali ma carichi di significato, sfidano la comprensione logico-razionale della realtà. È qui che si colloca la sincronicità, concetto elaborato da Carl Gustav Jung per descrivere quelle coincidenze che trascendono la causalità lineare, suggerendo un ordine nascosto, un dialogo tra psiche e cosmo.

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    Leggi tutto: L’ordine invisibile. Il dialogo segreto tra Psiche e Cosmo

  • «A questo ente, nel suo essere, sta sempre a cuore questo stesso essere.»

    — Martin Heidegger, Essere e tempo


    Nel tempo dell’essere


    Ogni epoca ha le sue urgenze dichiarate e le sue urgenze taciute. Quella presente parla incessantemente di efficienza, di progresso, di innovazione, ma sembra aver smarrito la domanda più antica e più semplice: che cosa significa essere vivi? Non come dato biologico, ma come esperienza sensata, abitabile, responsabile. In questo silenzio di fondo, che nessuna tecnologia riesce a colmare, il pensiero di Martin Heidegger (1889-1976) torna a parlare con una forza inattesa.

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    Leggi tutto: L’uomo gettato nel tempo. Heidegger e il compito di abitare l’esistenza

  • L’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.

    — Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere


    Il paradosso della leggerezza


    Pubblicato nel 1984 con il titolo originale Nesnesitelná lehkost bytí, L’insostenibile leggerezza dell’essere non racconta soltanto le vite di Tomas, Tereza, Sabina e Franz. Attraversa una domanda che accompagna l’uomo da sempre: che cosa pesa davvero? Milan Kundera legge leggerezza e peso come due modi di stare nel mondo, due misure dell’esistenza, più che come semplici stati d’animo intercambiabili. La leggerezza è tentazione, fuga, evaporazione; il peso è responsabilità, memoria, radicamento. E nessuno dei due, da solo, basta a salvare una vita.

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    Leggi tutto: L’insostenibile leggerezza dell’essere. Il peso che salva, la leggerezza che ferisce

  • «È stato un lungo viaggio. Lungo la strada mi sono sposato, ho avuto sei figli e dieci nipoti.»

    — Shizō Kanakuri, al traguardo, il 20 marzo 1967


    Un uomo con il cappotto


    Un uomo di settantacinque anni attraversa il traguardo di una maratona. Indossa un cappotto. Non sembra affaticato, e non potrebbe esserlo: ha avuto più di mezzo secolo per riposarsi. Lo speaker dello stadio annuncia, con una formula che suona insieme burocratica e solenne, che con questo si concludono tutte le gare delle Olimpiadi di Stoccolma del 1912.

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    Leggi tutto: Il traguardo arriva tardi. Shizō Kanakuri e il tempo degli altri

  • Dōgen e l’inquietudine contemporanea


    Esistono filosofi che offrono idee; altri, prima ancora delle idee, sembrano modificare lentamente il ritmo stesso della coscienza. Dōgen appartiene probabilmente a questa seconda categoria. Leggere oggi le sue opere significa fare esperienza di un rallentamento radicale del pensiero — un progressivo svuotamento di quella tensione continua che domina gran parte della vita contemporanea.

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    Leggi tutto: Dōgen e il silenzio dell’io. Abitare il mondo senza possederlo

  • Trenta raggi si incontrano in un mozzo, ma è nel suo vuoto che sta l’utilità del carro.

    Si modella l’argilla per farne un vaso, ma è nel suo vuoto che sta l’utilità del vaso.

    Si forano porte e finestre per fare una casa, ma è nel loro vuoto che sta l’utilità della casa.

    Perciò, dall’essere viene il possesso, dal non-essere viene l’utilità.

    — Tao Te Ching, capitolo XI


    Il vuoto che regge


    C’è un’obiezione che il buon senso muove a Laozi prima ancora di averlo letto per intero: come può il vuoto essere utile, se l’utile, per definizione, è ciò che si tocca, si possiede, si misura? Basta osservare più a lungo la ruota di un carro, la cavità di una tazza, la soglia di una porta, per scoprire che il buon senso, qui, ha guardato solo metà delle cose.

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    Leggi tutto: Laozi e la forma del vuoto. La misura e l’arte di lasciare spazio

  • Il problema dell’essere tra Oriente e Occidente


    Da Oriente a Occidente, intorno all’essere verte la domanda fondamentale della filosofia. Il tema dell’essere rappresenta il fondamento del domandare filosofico; in effetti, tutte le domande filosoficamente rilevanti si riducono in ultimo a questa: che cos’è l’essere? Essa sta alla base della cosiddetta ontologia, la scienza dell’essere (dal greco ontos e logos, discorso intorno a ciò che è). Che tale problema si collochi ai limiti delle possibilità espressive del linguaggio, nessuna lingua esclusa, appare immediatamente evidente laddove si consideri che per formularlo occorre ricorrere allo stesso verbo essere: «che cosa è l’essere?». Ovvero, la domanda intorno all’essere implica da parte di chi si interroga la necessità di premettere, a livello intuitivo e preverbale, la cognizione di ciò intorno a cui verte la domanda stessa.

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    Leggi tutto: Vacuità. Dall’essere di Parmenide al vuoto del Sutra del Cuore

  • Il cuore che non si mostra


    C’è un titolo che è già un enigma prima ancora che il libro si apra: Kokoro. Una parola che il giapponese piega e distende senza fatica per dire insieme cuore, mente, sentimento, coraggio, il significato profondo delle cose — e che nessuna lingua occidentale riesce a contenere in un solo suono. Natsume Sōseki (1867–1916) scelse questo titolo per l’ultima opera della sua vita matura, pubblicata a puntate sull’Asahi Shimbun tra l’aprile e l’agosto del 1914, conclusione ideale di una trilogia iniziata con Higan sugi made (1912, Oltre l’equinozio di primavera) e proseguita con Kōjin (1912–1913, Il viandante), prima di approdare a Kokoro. Ma la parola non è solo un titolo: è la scommessa stessa del romanzo. Perché Kokoro racconta un cuore che, per quasi tutto il romanzo, si rifiuta di mostrarsi.

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    Leggi tutto: Kokoro. Il cuore che confessa troppo tardi

  • Il tempo della stanchezza


    C’è una stanchezza che non passa con il sonno. Non è la fatica del corpo né il segno evidente di una malattia. È una stanchezza più profonda, che si deposita come polvere nel modo in cui abitiamo il tempo, nello sguardo abulico, nella difficoltà a intravedere un orizzonte. Non nasce dall’eccesso di compiti, ma dalla perdita di direzione, di sensatezza. Questa stanchezza non è un sentimento privato. Non appartiene soltanto ai singoli — a me, a te, a lui — né può essere spiegata come fragilità individuale: è diventata lentamente ma inesorabilmente la cifra emotiva di un’epoca, un clima storico, per così dire, un’atmosfera diffusa, un modo collettivo di sentire il mondo. Viviamo in un tempo paradossale: mai come oggi abbiamo avuto accesso a informazioni, strumenti di comunicazione, possibilità di esplorazione culturale; mai come oggi il discorso pubblico ha celebrato l’autonomia e la libertà di scelta. Eppure, mai come oggi tanti uomini e tante donne si percepiscono inermi, incapaci di incidere realmente sul corso delle cose.

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    Leggi tutto: Il tempo dell’impotenza. Benasayag e le passioni tristi

  • “Il tempo è un’immagine mobile dell’eternità.” — Platone, Timeo


    Interstellar, il film di Christopher Nolan uscito nel 2014, non è soltanto un vertice della fantascienza visiva: è un’opera che osa farsi pensiero incarnato, un poema cosmico in cui la filosofia prende corpo e respiro. Non si limita a raccontare una storia: istituisce un laboratorio della coscienza, un luogo in cui immagini, silenzi e sonorità diventano strumenti d’indagine, scintille che feriscono e illuminano. Quando lo schermo si apre sull’oscurità del cosmo e la polvere serpeggia sulla Terra morente, veniamo trascinati in una soglia: qui il tempo non è più una linea, ma una ferita; l’amore non è sentimento, ma forza primordiale; la tecnica non è neutra, ma scelta etica. Nolan non proclama “questo è il tempo” o “questo è l’amore”: li mostra, li lascia esplodere in esperienze sensibili, li trasforma in figure viventi e contraddittorie, capaci di scuotere tanto la ragione quanto l’anima.

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    Leggi tutto: Nel cuore del tempo. Interstellar come viaggio nell’infinito
  • Processed With Darkroom


    L’impresa come comunità tra tecnica, cultura e responsabilità


    Esistono imprenditori che costruiscono aziende. E poi esistono uomini che cercano di costruire una civiltà. Adriano Olivetti appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. La sua vicenda non può essere raccontata soltanto come la storia di un industriale di successo, né ridotta all’immagine, ormai quasi stereotipata, dell’imprenditore illuminato. Una definizione del genere coglie soltanto la superficie del suo percorso. Prima ancora che un dirigente d’azienda, Olivetti fu un pensatore che scelse l’impresa come luogo privilegiato della propria riflessione sull’uomo, sulla politica e sulla società. La fabbrica non rappresentava per lui un semplice spazio produttivo, ma uno dei luoghi nei quali una civiltà decide il proprio destino.

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    Leggi tutto: Adriano Olivetti. L’economia al servizio dell’uomo

  • La dolcezza della distopia


    “La verità non può essere estinta, ma può essere sepolta sotto montagne di irrilevanza.” — Aldous Huxley, Ritorno al mondo nuovo


    Immagina un mondo senza dolore, dove la guerra è un ricordo, la morte una carezza e la felicità un diritto genetico garantito sin dal concepimento. Sembra un Eden moderno, eppure è un incubo in maschera. In Brave New World, Aldous Huxley costruisce una distopia che non incatena con la paura, ma accarezza con piaceri programmati. Non ci sono catene, ma sorrisi; non censure, ma condizionamenti; non torture, ma dosi di oblio. È un mondo in cui la felicità non nasce dalla libertà, ma dalla sua rimozione.

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    Leggi tutto: La dolcezza della distopia. Huxley tra biopolitica e soma digitale

  • La cecità bianca e lo sgretolarsi della realtà


    Tutto comincia in una mattina qualunque, una di quelle mattine che sembrano destinate a non lasciare traccia. La città si muove secondo le sue abitudini, gli orari si rincorrono, il traffico si addensa agli incroci. Poi, senza alcun presaggio, il tessuto della realtà si lacera. Un uomo perde la vista, ma non sprofonda nell’oscurità. Davanti ai suoi occhi si apre una distesa bianca, lattiginosa, come se il mondo fosse stato sommerso dal latte o dalla luce.


    È una delle aperture più memorabili della letteratura contemporanea e forse anche una delle più filosofiche, perché da quel momento Saramago non racconta semplicemente la storia di un’epidemia: comincia a interrogarsi su una domanda antica e inquietante. Quanto della nostra civiltà è davvero diventato parte di noi?

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    Leggi tutto: Cecità di José Saramago. La fragilità dell’ordine umano

  • Ci sono domande che non si limitano a interrogare, ma incidono. Non cercano risposte immediate, non offrono appigli, non consolano: aprono. Sono fenditure nella superficie dell’abitudine, crepe attraverso cui qualcosa di più essenziale, e spesso più inquietante, comincia a filtrare. Tra queste domande, una si distingue per radicalità e semplicità solo apparente, come una parola antica che continua a risuonare sotto il rumore del tempo: «Che cosa sono?». Non è una domanda tra le altre. Non appartiene al registro della curiosità né a quello dell’indagine teorica. È una domanda che, se presa sul serio, sottrae terreno sotto i piedi, perché non si lascia contenere in una definizione, non si esaurisce in una risposta, non si placa. Piuttosto, espone. Espone l’uomo alla propria inconsistenza, alla fragilità delle immagini che ha costruito su di sé, alla possibilità — vertiginosa e insieme necessaria — che ciò che egli chiama “io” non sia che una forma provvisoria, una superficie che nasconde più di quanto riveli.

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    Leggi tutto: Specchi di fuoco. Gurdjieff e l’interrogazione radicale dell’essere

  • L’equivoco della libertà infantile


    Ogni epoca genera le proprie figure simboliche. Alcune scompaiono insieme alle mode che le hanno prodotte. Altre, invece, continuano a ritornare come sogni ricorrenti della coscienza collettiva. Attraversano generazioni, lingue e culture perché custodiscono una domanda che non smette di riguardarci. Peter Pan appartiene precisamente a questa categoria.


    Da oltre un secolo osserviamo quel ragazzo che vola sopra i tetti di Londra, leggero come il vento e libero come un pensiero non ancora pronunciato. Lo guardiamo e qualcosa dentro di noi si mette segretamente dalla sua parte. Vorremmo seguirlo. Vorremmo salire con lui verso l’Isola che non c’è, dove il tempo non lascia rughe, dove le promesse non diventano responsabilità e dove nessuna scelta esclude definitivamente tutte le altre.

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    Leggi tutto: L’ombra di Peter Pan. La fuga dal tempo nell’uomo contemporaneo