
L’uomo disperso nel tempo della tecnica
“L’uomo è antiquato perché non riesce più a comprendere ciò che egli stesso produce.” — Günther Anders, L’uomo è antiquato (1956)
C’è una soglia invisibile oltre la quale l’uomo smette di comprendere le proprie creazioni. Günther Anders, tra i filosofi più lucidi e inquieti del Novecento, la intravide prima di chiunque altro: quella soglia è il punto in cui la tecnica supera l’umano, lo ingloba, lo supera in potenza e in ritmo, fino a renderlo un residuo della propria opera. Nel 1956, con L’uomo è antiquato, Anders non parla di un futuro remoto, ma di un presente che stava già divorando l’anima europea. In lui la critica della tecnica non si ferma al dominio del Gestell heideggeriano: diventa antropologia del frammento, diagnosi dell’anima scissa. La modernità — osserva — non ha solo costruito macchine, ma ha mutato il modo stesso in cui l’uomo percepisce se stesso e il mondo.
Viviamo in una condizione che Anders chiama “schizofrenia artificiale”: una moltiplicazione delle presenze, una dispersione dell’attenzione, un’ubiquità che non è dono ma maledizione. L’individuo non è più individuus, “ciò che non può essere diviso”: è un divisum, un insieme di funzioni che non si incontrano. La nostra mente non conosce più il silenzio, e la libertà — anziché apparire come conquista — viene vissuta come un vuoto da colmare. Nell’epoca in cui tutto è connesso, ciò che si è perduto non è la comunicazione, ma la presenza. Non abitiamo più il mondo, ma una serie di superfici: finestre, schermi, notifiche, specchi.
Il passo che segue — tratto da L’uomo è antiquato — è una delle pagine più straordinarie della filosofia del XX secolo. È Anders stesso a parlare. La sua voce è limpida, ferma, ironica, ma taglia nel profondo. È la diagnosi di una malattia che allora si chiamava “televisione” e oggi si chiama “rete”.
Leggerlo è come ascoltare un oracolo che parla da un tempo remoto ma che conosce ogni dettaglio del nostro presente.
Günther Anders – La digressione sul nunc e la schizofrenia artificiale
(Passo integrale da L’uomo è antiquato, mantenuto inalterato)
“Digressione, sguardo retrospettivo su una passione estinta. Chi disperde la propria attenzione abita soltanto nell’attimo presente. Gli apparecchi producono schizofrenia artificiale. L’individuo diventa un divisum.
Decenni or sono si potevano incontrare diversi poeti come Apollinaire o il giovane Werfel, i quali per parafrasare un vecchio detto andavano contemporaneamente a diverse nozze o, per esprimerci più seriamente, svolazzavano e si disperdevano per ogni dove nel senso metafisico dell’ubique simul. Nelle loro poesie, che iniziavano spesso con la parolina “ora”, elencavano quello che succedeva nel medesimo istante a Parigi, a Praga, a Città del Capo, a Shanghai o dovunque fosse. Non si può negare che ciò che spingeva questi poeti a comporre i loro singolari cataloghi di pezzi di mondo in forma di inno fosse un genuino entusiasmo metafisico. Forse equivocavano tra esse percipi, non esser percepito, e non esse, non essere. Avevano la sensazione che se non ne prendevano nota tutte queste cose esistenti sarebbero state non esistenti, sarebbero andate perdute. A ogni modo erano estremamente turbati per il fatto che essi, condannati com’erano a essere volta a volta in un solo qui contingente, dovevano lasciarsi sfuggire tutti questi essenti. Speravano di rendere presenti tutti i colà sparsi e quindi assenti per mezzo di una specie di incantesimo, cioè tentando disperatamente di radunarli e di costringerli a stare insieme nel punto cruciale dell’unico attimo onnipresente, il nunc, in cui tutti questi luoghi e i loro avvenimenti pur si trovavano e che tutti condividevano.
Si potrebbe parlare addirittura di un tentativo di magia metafisica. Perché ciò a cui aspiravano era annullare la dispersione, per loro insopportabile, degli avvenimenti staccati l’uno dall’altro e perciò assenti, di cui consta il mondo, evocando l’onnipresenza del nunc, ossia impiegare l’attimo quale sortilegio contro lo spazio, quale principium individuationis, principio di individuazione. Per quanto fallace possa essere stata la loro passione, certo era un’ultima varietà di quella eleatica, cioè il desiderio di screditare la molteplicità sul piano metafisico, che essi vedessero l’essente genuino, proprio in quanto vi è di più irreale nel punto matematico rappresentato dal nunc, rispetto al quale il molteplice doveva rivelarsi illusione era una pretesa quasi tragica, era la riprova che non disponevano più di veri principi metafisici, nemmeno di quelli panteistici più ricorrenti, nemmeno dell’ultima risorsa rappresentata dal sistema che vede il vero nel tutto.
Anch’essi erano dunque certamente già dei sopravvissuti, ma quanto erano vivi in confronto agli odierni patiti del nunc? In questi ultimi sarebbe ben difficile trovare anche la più minuscola scintilla di quella loro passione. Naturalmente non è un caso se questi poeti comparvero in un momento storico in cui la tecnica della dispersione, per mezzo di giornali illustrati e simili, cominciava ad assumere proporzioni massicce. Senonché i poeti cercavano disperatamente di riunire a forza quant’era disperso, mentre lo scopo della tecnica di dispersione e degli strumenti di svago stava invece nel creare la dispersione o nel favorirla.
Lo scopo della dispersione, a cui di solito si attribuisce troppo distrattamente soltanto valore metaforico, era di spogliare gli uomini della loro individuazione, più esattamente di togliere loro la coscienza di tale perdita, sottraendo loro il principium individuationis, la loro localizzazione nello spazio, di metterli in una condizione in cui essi ubique simul, essendo sempre anche altrove, non occupavano più un punto determinato e non si trovavano mai con se stessi, non indugiavano mai su un argomento, insomma, non si trovavano in nessun luogo. Si obietterà che le vittime di questa tecnica di dispersione non erano affatto delle vittime, che con la sua offerta di dispersione l’industria è semplicemente venuta incontro a una richiesta, cosa che non è del tutto falsa, ma nemmeno del tutto vera, dato che la richiesta stessa viene fabbricata da uomini compressi dal loro lavoro quotidiano nelle strettoie di una occupazione ultraspecializzata che ben di rado riguarda personalmente da essere esposti alla noia.
Non si può pretendere che nel momento in cui la pressione e la noia cessano, ossia nelle ore serali di svago, possano ritrovare se stessi nella loro proportio humana, nella loro proporzione umana, ammesso che questa esista ancora, o che lo vogliano o anche che lo possano soltanto volere, dato anzi che la cessazione della compressione è simile a una esplosione. Che coloro che sono liberati così all’improvviso non conoscono più altro che l’alienazione derivante dal loro lavoro. A meno che non siano esausti, si precipitano su mille cose strane, senza discriminazione, su tutto ciò che, dopo la bonaccia della noia, è adatto a rimettere in moto il tempo e a imprimergli un ritmo diverso, alla ricerca di scene che cambiano rapidamente. Non c’è nulla che soddisfi tanto appieno questa comprensibile sete di onnipresenza e di rapido cambiamento quanto la radio e la televisione, perché esse contentano a un tempo l’avidità e lo spossamento. Offrono insieme tensione e distensione, ritmo e inerzia, guida e svago. Ci risparmiano persino la fatica di precipitarci sulla distrazione, perché è essa che ci si precipita incontro. Insomma, è impossibile resistere a una tentazione così multiforme.
Non c’è da stupirsi, dunque, se la maledizione di trovarsi in due o in 100 luoghi contemporaneamente, che aveva fatto soffrire quei poeti, è diventata ora la normale condizione di svago, la più apparentemente innocua, ossia la condizione di tutti coloro che stando seduti qui si trattengono altrove e che sono ormai talmente abituati a essere dappertutto allo stesso tempo e dunque in nessun luogo che a dire il vero non abitano già più in nessun luogo, tantomeno poi in una abitazione, ma ormai tuttalpiù nella loro inabitabile localizzazione temporale che muta ogni istante nel nunc. Ma con ciò la dispersione dell’uomo odierno non è ancora descritta appieno, perché essa trova il suo culmine in uno stato che non si può definire altrimenti che schizofrenia artificialmente prodotta.
E questa schizofrenia non è solo un effetto concomitante degli strumenti di dispersione, ma un effetto ricercato di proposito e perfino richiesto dal cliente, seppure va da sé non sotto questo nome. Che cosa intendiamo qui per schizofrenia? Quello stato dell’io in cui esso è scisso in due o più esseri parziali o almeno in due o più funzioni parziali, in esseri e funzioni che non soltanto non sono coordinati, ma non sono nemmeno coordinabili e che non solo non sono coordinabili, ma alla cui coordinazione l’io non attribuisce alcuna importanza e alla cui coordinazione l’io rifiuta persino energicamente.
Nella sua seconda meditazione Descartes aveva definito assolutamente impossibile concepire la metà di un’anima. Oggi l’anima dimezzata è un fenomeno quotidiano. In realtà non c’è connotato altrettanto caratteristico dell’uomo odierno, almeno di quello che si svaga, quanto la sua tendenza a dedicarsi a due o più occupazioni disparate allo stesso tempo. Per esempio, l’uomo che prende un bagno di sole si fa abbronzare la schiena, mentre i suoi occhi scorrono un giornale illustrato, mentre le sue orecchie prendono parte alla partita sportiva e le sue mascelle masticano una gomma. Questa figura del passivo giocatore simultaneo e dell’inoperoso pluriaffaccendato è un fenomeno quotidiano internazionale. Il fatto che il fenomeno appaia naturale e che sia accettato come normale non lo rende per questo meno interessante, tanto più anzi richiede una spiegazione.
Se si domandasse a quest’uomo che prende il bagno di sole in che cosa consiste propriamente la sua occupazione, su che cosa propriamente indugi la sua anima, non potrebbe rispondere, come è naturale, perché ponendo la domanda su “qualche cosa di proprio”, si partirebbe da un presupposto errato, cioè dal presupposto che egli sia il soggetto dell’occupazione dell’indugio. Se qui si può ancora parlare di soggetto o di soggetti, questi consistono meramente nei suoi organi, nei suoi occhi che indugiano sulle illustrazioni, le sue orecchie sulla partita sportiva, le sue mascelle sulla gomma da masticare. Insomma, la sua identità è così compiutamente disorganizzata che cercare lui stesso sarebbe ricercare qualche cosa di non esistente. Non è dunque disperso soltanto, come gli antichi, in una pluralità di luoghi del mondo, ma in una pluralità di funzioni singole?
A dire il vero, la domanda che cosa spinga l’uomo a questa attività disorganizzata? Che cosa renda così indipendenti o così apparentemente autonome le sue singole funzioni, ha già avuto risposta. Ma ripetiamo, è lo horror vacui, la paura dell’indipendenza e della libertà, più esattamente la paura di dover articolare egli stesso lo spazio della libertà che le ore di ozio gli mettono a disposizione. Il vuoto a cui viene esposto dall’ozio, la paura di dover riempire da sé le sue ore libere. Il suo lavoro lo ha abituato così definitivamente a venire occupato, dunque a non essere indipendente, che quando il lavoro cessa non è all’altezza del compito di occupare se stesso, perché non trova più un se stesso che possa incaricarsi di questa attività.
L’ozio presenta oggi una nascosta affinità con la disoccupazione. Quando è lasciato a se stesso si scinde nelle sue funzioni singole perché egli stesso viene a mancare in quanto principio organizzatore, ma naturalmente anche le sue funzioni sono altrettanto abituate quanto lui stesso a questo mero venir occupate. Perciò, nel momento in cui si insedia la disoccupazione, ognuna di esse afferra il primo contenuto che capita e qualunque va bene perché è un contenuto, perché rappresenta un appiglio a cui la funzione si può aggrappare. Un contenuto, un appiglio non basta in nessun modo. Ogni organo ha bisogno del suo. Perché se anche un solo organo rimanesse disoccupato, questo disoccupato rappresenterebbe una breccia attraverso la quale il nulla potrebbe infiltrarsi. Soltanto udire o soltanto vedere è dunque assolutamente insufficiente, a prescindere dal fatto poi che l’esclusività di questo “fare solo una cosa” richiederebbe facoltà di astrazione e di concentrazione di cui, mancando un centro organizzativo, non è nemmeno il caso di parlare.
Questo è del resto il motivo per cui nei film muti avevamo sempre bisogno di musica e ci sentivamo mancare l’aria se la musica cessava e continuava la sola parte visiva. In breve, per essere inaccessibile al nulla, ogni organo deve essere occupato e l’espressione “essere occupato” descrive questo stato in maniera senza confronto più appropriata dell’espressione “essere affaccendato”. Ma trattandosi, in fin dei conti, di ozio, l’occupazione non deve consistere in un lavoro e perciò possono essere soltanto dei generi voluttuari a occupare gli organi. Ogni organo e ogni funzione attende dunque al proprio consumo e al proprio piacere di consumare.
Naturalmente non è necessario che questo piacere consista in un godimento positivo, ma purtroppo la lingua non possiede una parola precisa per esprimerlo, soltanto nel fatto che la paura o la sete, che farebbero la loro comparsa se mancasse l’oggetto del godimento, non possano prorompere. Allo stesso modo come il respirare in quanto tale non ha bisogno di offrire un godimento positivo e lo offre effettivamente tirato, mentre la mancanza d’aria ha per conseguenza sete d’aria e panico.
Questa parola “sete” è la parola distintiva, perché ogni organo crede di soffrire la sete nel momento in cui, invece di essere occupato, è esposto al vuoto, ossia è libero. Ogni momentanea assenza di consumo gli sembra già una privazione. Il fumatore a catena è l’esempio classico. Così, horribile dictu, il tempo libero, ovvero il non far nulla, il non consumare, si identifica con privazione. Questo è anche il motivo della richiesta di generi di consumo che possano venir consumati senza sosta, che dunque non comportano il pericolo della sazietà. Dico “pericolo” perché essere sazi limiterebbe il tempo del godimento, quindi lo rovescerebbe di nuovo dialetticamente in “non consumare”, dunque in privazione. Questa è la spiegazione del ruolo della gomma da masticare che non finisce mai e della radio sempre accesa.
Certo, la perversa identificazione di libertà e privazione, rispettivamente di privazione di libertà e felicità non data da oggi. Già il Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale del XIX secolo, aveva speculato sullo horror vacui e aveva prodotto opere che si impadronivano in modo totale dell’uomo, che aggredivano tutti i suoi sensi a un tempo. È storicamente noto quanto gli aggrediti ne fossero affascinati, come assaporassero soggiogati la totale privazione di libertà. Per capire quel che intendo, basta riflettere sul significato originale del termine corrente “soggiogante”, significato che di solito non viene più percepito. Non era forse considerato di bonton pagare i prezzi più alti per assistere a esecuzioni soggioganti?
Nietzsche fu il primo ed è rimasto fino a oggi quasi il solo a sentire il carattere equivoco di tale soggiogamento in sé e lo espose in parole. Certo, il soggiogamento di quei tempi, che ebbe la sua consacrazione a Bayreuth, era ancora umanissimo in confronto all’odierno, perché nonostante tutto l’idea dell’opera d’arte totale presupponeva ancora un’antica e onorevole concezione dell’uomo, cioè nell’uomo si riconosceva pur sempre un essere al quale, anche se aggredito e soggiogato, era consentito di pretendere che gli venisse offerta un’opera in sé unitaria, di sentirsi uno. Nonostante tutto, quindi meritava ancora una disfatta in sé omogenea.
Ma oggi si è rinunciato anche a questo residuo. Si considera del tutto sufficiente il modesto principio della semplice addizione. Normale è oggi la fornitura simultanea di elementi totalmente disparati. Disparati non soltanto oggettivamente, ma anche in quanto stato d’animo, disparati non soltanto in quanto stato d’animo, ma anche in quanto livello. Oggi nessuno trova nulla da ridire. Se mentre fa colazione, la pagina Fumetti del suo giornale gli presenta una ragazza della giungla a cui un coltello viene conficcato tra le costole, sopra le quali si gonfiano gli attributi del sesso, mentre al tempo stesso le terzine della sonata al chiaro di Luna gli colano nelle orecchie e la ricezione simultanea delle due cose non offre difficoltà a nessuno. Ancora poco tempo fa la psicologia accademica aveva contestato la possibilità di tale consumo simultaneo di due contenuti e stati d’animo assolutamente disparati. Il fatto constatabile oggi milioni di volte in qualsivoglia momento, sembra tuttavia rendere verosimile tale possibilità.
Fino a oggi la critica della civiltà aveva visto la distruzione dell’uomo esclusivamente nella sua standardizzazione, cioè nel fatto che all’individuo trasformato in un essere in serie non rimane che una individualità numerica. Dunque anche questa individualità numerica è andata perduta. Il resto numerico è diviso a sua volta. L’individuo è trasformato in un divisum, scomposto in una pluralità di funzioni. È evidente che la distruzione dell’uomo non può andare più in là. È evidente che l’uomo non può diventare più inumano di così. Tanto più arzigogolata e ipocrita appare la rinascita di punti di vista integrali celebrata con patos dalla psicologia odierna che è in realtà soltanto una manovra per nascondere i cocci dell’uomo sotto la toga accademica della teoria.”
Commento filosofico – La frattura dell’essere e la condanna all’ubiquità
“Non è più l’essere ad essere minacciato, ma la sua possibilità di divenire.” — Günther Anders, L’uomo è antiquato II (1980)
Il mondo che Anders descrive ha ormai vinto. La dispersione non è più un effetto collaterale della modernità, ma la sua essenza. L’uomo contemporaneo, immerso in una rete di stimoli simultanei, ha perduto la capacità di abitare il tempo. Siamo diventati ubiqui senza esserlo: ovunque e in nessun luogo. L’ubique simul — ciò che i poeti del primo Novecento inseguivano come visione unificante — è oggi la condizione meccanica della nostra esistenza. Ma mentre i poeti cercavano l’unità del molteplice, noi viviamo la molteplicità senza unità.
La “schizofrenia artificiale” non è solo una diagnosi psicologica: è una forma d’essere. Ogni organo, ogni senso, ogni gesto vive separato dagli altri, come se il corpo fosse un insieme di funzioni disgiunte che cercano di non lasciare spazio al nulla. L’ozio, il silenzio, la lentezza — un tempo dimensioni creative — sono diventate sinonimi di paura.
Anders lo sapeva: l’uomo che non sa più restare con se stesso si rifugia nell’occupazione. È il paradosso del nostro tempo: temiamo il vuoto più della servitù.
Attualizzazione – L’epoca della connessione perpetua
“Il medium è il messaggio.” — Marshall McLuhan, Understanding Media (1964)
Oggi la schizofrenia artificiale vive nei dispositivi che portiamo in tasca. Ogni gesto è interrotto, ogni pensiero intercettato da un richiamo. L’individuo è diventato una costellazione di stimoli: scrolla, risponde, reagisce. Non vive: reagisce. La tecnica non si limita più a estendere i sensi; li frammenta, li moltiplica, li sostituisce. Il lavoro invade il tempo libero, lo svago diventa lavoro su di sé, e la noia è percepita come colpa. Ciò che Anders intuiva nella radio e nella televisione — “una tentazione multiforme cui è impossibile resistere” — si è trasformato nella struttura psichica del presente.
I social media rappresentano la forma più compiuta di questa dispersione estetica: non si guarda più, ma si scorre; non si parla, ma si reagisce; non si pensa, ma si condivide. La libertà si è ridotta alla scelta tra contenuti equivalenti. L’attenzione è diventata una moneta, e la distrazione una forma di dominio.
L’educazione e la libertà interiore
“Non c’è libertà senza disciplina interiore.” — Simone Weil, La pesanteur et la grâce (1947)
Ciò che manca non è la tecnologia etica, ma un’educazione al silenzio.
Abbiamo costruito una civiltà che teme la concentrazione, che confonde il pensiero con la performance, la lentezza con l’inutilità. La scuola, le istituzioni, la cultura stessa partecipano alla dispersione generale, offrendo “attività” invece di conoscenza, “esperienze” invece di formazione. Ma la libertà è un’arte severa: richiede silenzio, ascolto, lentezza, studio. Rieducarsi al pensiero significa imparare a dimorare nel tempo, ad abitare la distanza, a resistere all’immediatezza del mondo digitale.
Solo così, come dice Anders, potremo “reimparare ad abitare il tempo”: non come spettatori passivi, ma come custodi della nostra presenza.
La camera del cuore
Nella stanza muta del cuore
tace il rumore del mondo.
Tra i frammenti, un respiro
ricompone il tempo perduto.
Non siamo più interi,
ma ciò che resta brilla:
un nucleo di silenzio
che ancora sa dire “io”.
Il nunc ritrovato
“Non basta esistere, bisogna essere presenti alla propria esistenza.” — Paul Valéry
Anders ci consegna una profezia che è anche una speranza. La tecnica ci ha frantumati, ma non ci ha annientati. Riconquistare il principium individuationis significa tornare a essere capaci di un atto semplice e immenso: sostare. Saper sostare nel tempo, ascoltare il silenzio, respirare la realtà senza mediazioni. Forse è in questo gesto minimo, fragile e sacro, che sopravvive la nostra possibilità di salvezza: nel ricomporre, anche solo per un istante, il nunc frantumato del mondo.
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