
In L’inconveniente di essere nati, Emil Cioran evita il linguaggio astratto dei problemi filosofici per immergersi nelle cose concrete dell’esistenza, come solo i veri pensatori sanno fare. Al centro della sua riflessione c’è il trauma ontologico del puro fatto di essere nati, una sorta di peccato originale laico che costituisce la nostra condanna ad esistere, il nostro essere ‘gettati nel mondo’, per usare le parole di Martin Heidegger. Questo libro, attraverso aforismi e annotazioni frammentarie, ricorda una lunga deambulazione notturna, un vagabondaggio mentale in cui l’autore si confronta con l’assurdità della nascita, l’orrore della caduta nella temporalità e l’illusorietà di ogni senso che vada oltre il mero essere in vita, destinati a non essere più.
L’inconveniente di essere nati è un’opera che sfugge a ogni classificazione, un labirinto di pensieri dove la filosofia si fa grido esistenziale, l’aforisma si trasforma in ferita autoinflitta e l’ironia diventa l’ultimo baluardo contro il grottesco della condizione umana, scritto in una prosa che alterna fulminazioni laceranti a riflessioni quasi monastiche. Il libro incarna una contraddizione radicale: è un trattato filosofico senza dottrina, una confessione senza pentimento, un’invettiva contro l’esistenza che, paradossalmente, la celebra nel suo stesso fallimento.
Cioran non si interessa ai problemi astratti della filosofia tradizionale, come Dio, la morale o il libero arbitrio, ma ai nodi irrisolti che fanno della vita un incubo consapevole. Al centro della sua indagine c’è l’evento più banale e insieme più incomprensibile: il fatto di essere nati. Questo atto, presentato dalla cultura come un miracolo, diventa in Cioran una colpa originaria, un’assenza di necessità che ci condanna ad esistere senza motivo. La nascita non è un inizio, ma una caduta, un precipitare in un nome, un trovarsi gettati in un mondo di cui non abbiamo scelto né le regole né il senso.
L’opera si configura come una sequenza di frammenti, aforismi, annotazioni e ‘fulmini poetici’ che ricalcano il ritmo di una lunga meditazione lucidamente disperante. Come un flâneur del pensiero, Cioran vaga tra le ombre dell’esistenza, rifiutando ogni sistema, ogni conclusione. La forma frammentaria non è un vezzo stilistico, ma una necessità ontologica: solo il frammento può catturare la discontinuità del reale, l’impossibilità di trovare un ordine in un universo che funziona per caso. Questa scrittura a brandelli ricorda le notti attiche di un filosofo insonne, dove il buio non è metafora di ignoranza, ma di una lucidità che acceca.
Cioran si avvicina ai buddisti radicali nel riconoscere la nascita come sorgente di ogni sofferenza. Se tre cose non esistessero al mondo, dice il Buddha, la vecchiaia, la morte e la nascita, il perfetto non apparirebbe nel mondo. Ma ne diverge quanto alla conclusione. Se il Buddha propone il nirvana come estinzione del desiderio, Cioran, sentendosi intrappolato in una condizione spaziotemporale di cui non può disfarsi, rifiuta ogni via di fuga. “Il passo decisivo fuori dalle appartenenze non lo farò mai, cioè non posso né voglio.” La sua filosofia è un’eresia occidentale: pur condividendo con l’Oriente la percezione del mondo come illusione, Māyā, non crede nella liberazione, ma solo nell’arte di sopravvivere all’assurdo.
Allo stesso tempo, il suo sguardo è intriso di riferimenti occidentali e biblici. Giobbe, l’uomo torturato da Dio, e Canshen, il moralista cinico del X secolo, diventano compagni di viaggio di Cioran. Da Giobbe eredita la domanda senza risposta: “Perché sono nato?”. Da Canshen, il sarcasmo che trasforma l’amarezza in stile.
Cioran riattiva qui un filone oscuro della cultura greca, il pessimismo silenico, incarnato dalla figura di Sileno, il demone che nel mito rivela a Mida la terribile verità: “Meglio non esser nati, ma una volta nati morire al più presto.” Questo motivo, presente in Teognide, Sofocle ed Euripide, riemerge in Cioran con una violenza inedita. Come Edipo, condannato a esistere per un destino scritto prima della nascita, l’uomo di Cioran è un reietto cosmico, colpevole di esistere. Ma mentre la tragedia greca sublimava il dolore nel coro, Cioran lo lascia nudo, solo, privato di ogni catarsi.
La sua visione ricorda anche il Deus Absconditus di Leopardi, una forza oscura, cieca e spietata che non parla, non ascolta, non interviene. Una divinità senza volto né nome che produce dolore senza spiegazioni. Ma Cioran rigetta anche il conforto della poesia. Se Leopardi trovava bellezza nel naufragio esistenziale, Cioran vi scorge solo un incidente risibile, l’essere nel mondo come farsa.
L’esistenza è un paradosso insopportabile. Da un lato sappiamo che la nascita è un caso, un incidente risibile. Dall’altro ci comportiamo come se fossimo indispensabili, indispensabili all’equilibrio del mondo. Questo dualismo genera un’esistenza schizofrenica. “Mi subisco“, confessa Cioran, sintetizzando l’inerzia di chi è costretto a recitare un ruolo che non ha scelto. La morte, spesso dipinta come tragedia, diventa qui una provvidenza, un ritorno alla perfezione del nulla. Ma persino questa liberazione è ambigua. Morire è un atto di giustizia per chi ha fatto fiasco, ma uno schiaffo per chi ha cercato successo. In Cioran ogni certezza si dissolve in antinomia.
Cioran rifiuta ogni ottimismo dialettico (Hegel) e ogni forma di nichilismo sistematico (Schopenhauer). La sua è una filosofia del fallimento che trova nella contraddizione la sua verità più profonda. “Sono a mezza strada fra le apparenze e questa cosa che le infiamma, o reo della mia stessa salvezza.” Qui risuona un’eco di Kierkegaard: “La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti,” dice il filosofo danese, ma con una differenza cruciale: per Cioran nemmeno la fede può salvare. L’unica saggezza possibile è quella del disinganno, che però non redime, non trasforma, solo svela il ghigno senza tempo di Sileno, l’inganno della sfinge, la crudeltà indifferente della natura che leopardianamente si erge dinanzi all’Islandese.
Cioran demolisce la linearità del tempo. Per il disingannato, il futuro è già consumato, il passato un’ossessione. “Quando si scorge la fine del principio, si va più in fretta del tempo.” Questa intuizione ricorda il concetto buddista di anermanenza, ma anche la cosiddetta ‘malattia mortale’ di cui parla Kierkegaard. Vivere nel presente, però, non è una scelta di libertà, ma una prigione. Il tempo, secondo Cioran, è un cerchio vuoto dove ogni attimo è un istante comune solo alla disperazione.
In queste pagine, Cioran costruisce un monumento alla caducità, una “antiteologia dell’esistenza”. La nascita è il vero peccato originale, la morte una beffarda liberazione. La sua scrittura, frammenti di un’insonnia filosofica, riflette il caos del reale, mentre il suo pensiero oscilla tra Oriente e Occidente, tra il grido di Giobbe e il silenzio del Buddha. In questo labirinto senza uscite, Cioran non offre risposte, ma inchioda il lettore alla domanda più scomoda: “Perché continuiamo a vivere se essere nati è già stato un errore?” La grandezza della sua opera sta proprio qui: nel trasformare l’inconveniente di esistere in un’opera d’arte, dove la disperazione diventa stile e lo stile l’ultima ribellione possibile.
Ciò detto, ecco alcuni degli aforismi di Cioran più rilevanti.
“Da quando sono al mondo, quel ‘da quando’ mi pare gravato di un significato così spaventoso da diventare insostenibile.”
“C’è nel fatto di nascere una tale assenza di necessità che quando ci si pensa un po’ più del solito, non sapendo come reagire, ci si limita a un sorriso ebete.”
“So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile. Eppure, appena mi lascio andare, mi comporto come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all’equilibrio del mondo.”
“Che cosa fai dalla mattina alla sera? Mi subisco.”
“Con il passare degli anni diminuisce il numero di coloro con i quali ci si può capire. Quando non avremo più nessuno a cui rivolgerci, saremo finalmente quali eravamo prima di precipitare in un nome.”
“Noi non corriamo verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita. Ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante.”
“Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello. Non c’è stato forse inculcato che era il bene supremo, che il peggio era posto alla fine e non all’inizio della nostra traiettoria? Il male, il vero male, è però dietro, non davanti a noi. È quanto è sfuggito al Cristo e quanto ha invece colto il Buddha. ‘Se tre cose non esistessero al mondo, o discepoli, il perfetto non apparirebbe nel mondo’, e alla vecchiaia e alla morte antepone il fatto di nascere, fonte di tutte le infermità e di tutti i disastri.”
“La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale. La morte è la provvidenza di coloro che hanno avuto il gusto e il dono di fare fiasco e la ricompensa di tutti quelli che non hanno avuto successo, che non ci tenevano ad averne: da loro ragione e il loro trionfo. Invece per gli altri, per quelli che hanno penato per avere successo e ne hanno avuto, che smentita, che schiaffo!”
“Di norma gli uomini aspettano la delusione. Sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato. Per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all’atto. Non ha bisogno di spiarne l’arrivo. Essa è già presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. ‘Non posso incontrarvi nel vostro futuro,’ dice agli altri, ‘non abbiamo un solo istante che ci sia comune’, perché per lui l’insieme del futuro è già qui. ‘Quando si scorge la fine del principio, si va più in fretta del tempo’. Illuminazione, delusione folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato.”
“Mi svincolo dalle apparenze e ciò nonostante vi rimango impastoiato, o meglio, sono a mezza strada fra queste apparenze e questa cosa che le infirma, questa cosa che non ha né nome né contenuto, questa cosa che è niente ed è tutto. ‘Il passo decisivo fuori dalle apparenze non lo farò mai.’ La mia natura mi obbliga a ondeggiare, a perpetuarmi nell’equivoco. E se tentassi di decidere in un senso o nell’altro, perirei della mia stessa salvezza.”
“Quello che so a 60 anni, lo sapevo altrettanto bene a 20: 40 anni di un lungo e superfluo lavoro di verifica.”
La nascita come trauma ontologico
Cioran trasforma la nascita da evento biologico a catastrofe metafisica. L’espressione “Da quando sono al mondo” non è un semplice inizio cronologico, ma un lamento esistenziale che rivela l’assurdità di essere stati gettati nell’esistenza senza consenso. Questo ‘da quando’ diventa un fardello, un’eredità di colpa senza colpevolezza, simile al concetto di Geworfenheit (essere gettati o ‘get-tatezza’) in Heidegger, ma privato di ogni possibilità di progettazione autentica. La nascita è un ‘incidente risibile’, un atto privo di necessità che espone l’individuo alla vertigine del contingente. Qui Cioran radicalizza il pessimismo silenico ellenico. Per Sileno, citato da Teognide e Aristotele, la nascita è una caduta nella temporalità; per Cioran è una condanna al teatro dell’assurdo, dove l’uomo su un palcoscenico illusorio recita una parte non scritta da nessuno. La tradizione tragica greca, da Edipo, vittima di un destino prenatale, alle Erinni che perseguitano Oreste per crimini ereditari, diventa in Cioran una condizione universale: tutti siamo colpevoli di esistere.
La morte come ritorno al nulla, tra Buddha e nichilismo occidentale
Mentre la cultura occidentale teme la morte come fine dell’esistenza, Cioran la celebra come ‘stato di perfezione’, un ritorno all’armonia del non essere. Questo approccio avvicina Cioran al buddismo Teravāda, dove la liberazione (nirvāṇa) è l’estinzione del ciclo delle rinascite (saṃsāra). Tuttavia Cioran rifiuta la disciplina buddista: non c’è via ascetica, solo l’ironia di chi riconosce che la morte dà ragione agli sconfitti. La morte in Cioran è anche una rivolta contro il successo mondano e la rivincita dei falliti, coloro che rifiutano di partecipare alla farsa dell’esistenza. Qui risuona l’eco di Schopenhauer, per cui la vita è una pendolazione tra dolore e noia, ma Cioran supera il sistema. Non c’è volontà metafisica, solo il vuoto che deride ogni ambizione.
L’eterno presente del disingannato
Cioran decostruisce la linearità del tempo. “Quando si scorge la fine del principio, si va più in fretta del tempo.” Il disingannato vive in un eterno presente dove futuro e passato collassano. Questo ricorda il momento kierkegaardiano, ma senza la possibilità di un salto nella dimensione della fede. È un presente claustrofobico dove ogni attimo è saturo di futilità e di non senso. La delusione in Cioran non è un evento futuro, ma immediata e totale, simile all’illuminazione buddista (bodhi), che però, invece di liberare, paralizza. Il disingannato è un veggente maledetto: sa che il tempo è una trappola, ma non può smettere di osservarne il meccanismo.
L’impossibilità della salvezza
Cioran nega ogni via di fuga: “Il passo decisivo fuori dalle apparenze non lo farò mai.” Questa sospensione tra essere e non essere ricorda la doppia verità di Pascal, il cuore e la ragione, ma privo del conforto di Dio. La sua è una filosofia dell’impotenza dove l’unica saggezza è riconoscere di essere ‘a mezza strada tra illusione e nulla’. Nella tradizione tragica greca la catarsi trasforma il dolore in arte. In Cioran, il dolore rimane ferita aperta. Edipo, dopo essersi accecato, diventa profeta. Il personaggio cioraniano, invece, è condannato a un’ironia sterile, simile all’uomo assurdo di Camus, ma senza il mito di Sisifo.
Il confronto con il nichilismo: da Leopardi alla postmodernità.
Cioran condivide con Leopardi la percezione della natura come ‘matrigna’, ma mentre Leopardi cerca bellezza nel naufragio universale (l’infinito), Cioran rifiuta ogni estetizzazione. “‘Quello che so a 60 anni,’ lo sapevo anche a 20,” rivela una conoscenza statica, senza progressione, senza riferimenti autobiografici significativi. Rispetto al nichilismo postmoderno, per esempio di Derrida, Cioran è più radicale: non c’è decostruzione del linguaggio, ma una specie di ‘silenzio ruggente’ che precede e segue ogni parola. Il suo aforisma non è un gioco linguistico, ma un urto diretto con l’indicibile.
La solitudine è il fallimento dell’alterità
Cioran tematizza l’isolamento come destino. “Quando non avremo più nessuno a cui rivolgerci, saremo finalmente quali eravamo prima di precipitare in un nome.” La socialità è una finzione, un tentativo di dimenticare la solitudine originaria. Questo richiama il Mitsein (‘essere-con’) di Heidegger. Ma per Cioran l’altro non può essere un compagno di strada nella dimensione dell’autenticità, bensì un socio del fallimento, uno specchio della propria ineliminabile e costitutiva inautenticità.
Conclusione
Cioran fonde il pessimismo greco, la disillusione buddista e il nichilismo occidentale in una filosofia unica, dove l’esistenza è un errore sublime. La sua grandezza sta nel rifiutare ogni consolazione religiosa, artistica o dialettica e nel trasformare l’angoscia in uno stile aforistico, un ‘detto’ che brucia e raggela. Se per i tragici greci il dolore aveva una funzione catartica, per Cioran è un monolite senza scopo, un’eco del nulla che risuona in ogni parola. La sua opera non è un sistema, ma un cimitero di frammenti, dove ogni aforisma è una lapide che recita: “Essere nati è stato sufficiente per produrre tutto questo.“
La parabola di Cioran non riconduce a un sistema, ma a una postura: disinnescare i riflessi del senso, togliere alla nascita l’aureola, alla morte l’isteria, al dolore la retorica. Il suo aforisma è un coltello che non guarisce, però chiarifica: mostra che dietro la folla delle spiegazioni resta una nudità che né Oriente né Occidente possono velare. Sileno ammonisce: “meglio non essere nati”; Cioran risponde senza opporre teologia o rassegnazione, ma una disciplina del perdere: diminuire l’io, smascherare il tempo, accettare che la perfezione del nulla smentisca il teatro del successo. Non c’è catarsi, e proprio per questo la scrittura diventa decoro dell’irrimediabile: un modo sobrio e severo di attraversare la farsa senza farsene complice. Se un compito resta, è questo: mantenere la lucidità fino in fondo, non per vincere, ma per non mentire. È già un onore
Rispondi